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  • Ultima modifica dell'articolo:31/07/2026
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C’è un dettaglio che quasi nessuno, nel raccontare “Gli anni in bianco e nero”, ha pensato di mettere in prima fila: prima di scrivere “La portalettere” e diventare l’autrice più venduta del 2023, Francesca Giannone ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Un dato biografico che di solito finisce in coda alla scheda dell’editore, e che invece qui spiega quasi tutto.

Il romanzo, terzo capitolo dopo “La portalettere” e “Domani, domani”, torna nel Salento delle sorelle ribelli e dei padri severi. Stavolta è Pantaleo Elia a decidere cosa possono e non possono fare le sue quattro figlie: Maria e Giovanna in sartoria con la madre, Ada alla fabbrica di tabacchi di Lecce, e la più piccola, Mimì, con un sogno che nel 1960 in un paesino del Sud suona quasi come una barzelletta: fare la regista. Tutto comincia da un posto vietato, la cabina di proiezione del Cinema Apollo, dove Mimì scopre che la realtà, se la guardi da lì, si può montare in un ordine diverso.

Ed è qui che il libro prova a essere più di una saga di sorelle che si emancipano a piccoli passi mentre fuori esplodono le lotte operaie e nascono i primi gruppi femministi. Mimì non si limita a sognare il cinema: gira davvero un film sulla sua famiglia. E sapendo che la stessa Giannone è passata dalla scrittura per lo schermo prima di arrivare al romanzo, viene naturale leggere Mimì come un autoritratto travestito: la ragazzina che impara a montare la realtà è, in scala ridotta, esattamente quello che l’autrice fa da narratrice, decidendo cosa mostrare della famiglia Elia e cosa lasciare fuori inquadratura.

Bella idea, va detto subito. Meno bello è che resti solo questo: un’idea. Le altre tre sorelle restano più etichette che persone — quella della musica, quella dei libri, quella del lavoro — e lo sfondo storico fa più da fondale dipinto che da motore della trama. La scrittura scorre via liscia, senza inciampi ma anche senza scosse: si legge in fretta, e altrettanto in fretta si dimentica.

Resta comunque un libro onesto, di quelli costruiti con mestiere vero, che vale soprattutto per il suo colpo d’ingegno di partenza — una bambina che invece di subire la propria famiglia decide di riprenderla — più che per come quell’idea viene poi portata avanti pagina dopo pagina. Se lo si legge sapendo da dove arriva Giannone, “Gli anni in bianco e nero” diventa anche un romanzo un po’ meta: la storia di come lei stessa, prima di trovare le parole, ha immaginato tutto attraverso una macchina da presa.

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