Per la IV edizione dei Giochi Olimpici d’inverno, il Comitato organizzatore designò la tedesca Garmisch, in anticipo sui lugubri accadimenti del gennaio ’33, quando Adolf Hitler venne nominato Cancelliere di Germania, e in breve tempo avrebbe impresso una svolta autoritaria al Paese. Messa in evidenza questa determinante annotazione storica, occorre evidenziare che il 6 febbraio 1936, in quella cittadina pavesata di svastiche e palesi richiami al nazionalsocialismo, il Fuhrer aprì ufficialmente le competizioni, che videro il debutto del progenitore dell’attuale sci alpino, insieme alle altre discipline già in programma. Dieci giorni di gare al fulmicotone, per un medagliere di nuovo appannaggio della Norvegia, i cui rappresentanti si appuntarono 7 ori, 5 argenti e 3 bronzi, e dove la divina Sonja Henie riconfermò la propria supremazia nel concorso individuale del pattinaggio, imitata dal connazionale Birger Ruud, che ricalcò in carta carbone il tripudio di Lake Placid, nel salto con gli sci, cimentandosi anche nel fondo e negli slalom. Per l’Italia un successo nella specialità dimostrativa della pattuglia militare, un biathlon ante litteram, quindi non incluso nel medagliere; in ogni caso, Benito Mussolini premiò i quattro componenti della staffetta azzurra, gratificati da una cospicua somma: segno dei tempi. Se il tiranno italico si pavoneggiava dopo il trionfo al Mondiale di calcio 1934, l’omologo teutonico aspettava impaziente i Giochi estivi, in agosto a Berlino, che avrebbero reso immortale lo sprinter di colore americano Jesse Owens: 4 medaglie auree, ma questa è un’altra storia.
Sconfitte politicamente e militarmente le potenze dell’Asse, nella primavera del 1945, in quell’Europa quasi integralmente ridotta a un cumulo di macerie, riaffiorò anche lo sport da copertina; nella nostra Penisola, il calcio ripartì in autunno, seppur diviso in due gironi geografici e con il Torino campione in carica favorito, e la primavera seguente toccò al Giro d’Italia, mentre per il passaggio della fiaccola olimpica si dovette attendere il gennaio del ’48, ancora a St. Moritz nella neutrale Svizzera, dove le infrastrutture adoperate nel 1928 erano ancora fruibili. Il 30 venne acceso il simbolico tripode, quale segnale d’apertura della manifestazione, che riprese vigore dopo gli annullamenti delle edizioni del 1940 e del ’44, con l’hockeista elvetico Richard Torriani che pronunciò il giuramento degli atleti, durante la cerimonia protocollare. Di rilievo la performance della canadese Barbara Ann Scott, senza rivali nel pattinaggio di figura, alla stregua del francese Henri Orellier, bicampione nel primordiale sci alpino, con l’aggiunta di un bronzo, fino allo svedese Martin Lundstrom, trionfatore nelle due gare individuali dello sci di fondo. Prestazioni encomiabili, baciate da quel vento di pace che spirava sul Vecchio Continente trafitto dalla follia bellica; in questo contesto, all’alba del conclamato dualismo ideologico Usa/Urss, il 1° alloro italiano senza ombre, centrato dal valoroso Nino Bibbia nello skeleton, parente prossimo dello slittino, dove però i concorrenti gareggiano a pancia sotto. Il tricolore nazionale (e repubblicano) a sventolare sul pennone più alto, ridando lustro al Belpaese riammesso alle competizioni olimpiche, dopo aver abiurato il Patto d’Acciaio nel 1943, a differenza di tedeschi e nipponici, e che in estate a Londra avrebbe sfoderato la classe dei discoboli Consolini e Tosi. Una rassegna speranzosa quella elvetica, che passò metaforicamente il testimone alla norvegese Oslo, per il 1952; la capitale norvegese, a suo tempo occupata dalle divisioni naziste, e che s’accingeva a incanalarsi in un periodo di prosperità economica, come gran parte dell’Europa occidentale. (2 – continua).

