Seppur gravato dall’eco funereo della sciagura di Superga, il decennio Cinquanta, contrassegnato dalla subdola e psicologica “guerra fredda” fra le due Superpotenze, piantò in Scandinavia la pacifica bandiera olimpica, precisamente a Oslo per le discipline invernali, e ad Helsinki per quelle … baciate dal sole. In Norvegia, il 14 febbraio 1952 venne attizzato il braciere, a compimento della cerimonia d’inaugurazione, quella fiamma che omaggiò le imprese degli atleti in gara, fra cui l’autoctono Hjalmar Andersen, che s’aggiudicò tre ori nel pattinaggio di velocità, mentre due medaglie dello stesso tenore andarono al collo dell’americana Andrea Mead Lawrence, diciannovenne davvero imbattibile negli slalom dello sci alpino. La specialità regina dei Giochi, quella sciistica, sulla falsariga dell’atletica leggera in estate; per dovere di cronaca, va segnalato che il gigante debuttò proprio a Oslo, altresì una caduta nella libera privò la statunitense di un trittico dorato, con la vittoria che arrise all’austriaca Trude Beiser. Sempre fra le donne, la tedesca Annemarie Bucher andò sul podio in tutte le tre specialità, invece Giuliana Minuzzo s’assicurò il bronzo nella discesa. Il brivido della velocità nella libera, che incoronò l’impareggiabile toscano Zeno Colò, ideatore della tecnica “a uovo”, il quale rifilò un secondo abbondante all’austriaco Othmar Schneider, poi in cima al podio nello speciale. Da rilevare pure l’esordio del fondo femminile, con la 10 km, che premiò nell’ordine le finniche Lydia Wideman, Marja Hietamies e Siiri Rantanen; segno dei tempi e di una certa emancipazione, proprio quando Elisabetta II s’apprestava a succedere al defunto padre Giorgio VI, sul trono britannico, con la Norvegia “sovrana” del medagliere (7 ori, 3 arg, 6 bro) che stava per cedere il testimone alla nostra Cortina d’Ampezzo, già designata per … il 1944, ma la mattanza bellica cancellò tutto.

Il suggello dell’Italia libera e democratica le Olimpiadi cortinesi, i VII Giochi invernali che si disputarono nella località vacanziera veneta, tra il 26 gennaio e il 5 febbraio 1956. Un fiore all’occhiello del Belpaese a traino centrista e democristiano, che investì ingenti capitali per figurare degnamente agli occhi del mondo intero, fra impianti rimodernati o edificati ex novo, alcuni solo temporaneamente; la stessa Rai tv, nata a tutti gli effetti nel ’54, garantì una considerevole copertura in diretta (in bianco & nero) dell’evento sportivo, anche attraverso il canale dell’Eurovisione, in relazione ai mezzi e alle conoscenze del periodo in questione. Il pomeriggio del 26, l’ultimo tedoforo e pattinatore Guido Caroli accese il braciere, quale incipit delle competizioni; uomo copertina lo sciatore Toni Sailer, rappresentante di punta dello squadrone dell’Austria, che completò la tripletta aurea nelle specialità in cartellone dello sci alpino, che come tutti sanno all’epoca includeva la discesa libera e i due slalom. Maestoso sulle piste e assai fotogenico, si narra che Sailer dormiva beatamente alla vigilia dell’ultima performance, e solo un provvidenziale e tempestivo dipendente dell’albergo lo svegliò appena in tempo. In cima al computo delle medaglie i sovietici, con 7 ori, alla loro prima apparizione sulle nevi a cinque cerchi, forse alla ricerca di una distensione fra i blocchi, mentre gli ospitanti italiani dovettero accontentarsi di un unico titolo: quello del bob a due, con il trionfo della coppia Dalla Costa/Conti, che precedettero i connazionali Monti/Alverà. Unanimi i giudizi benevoli sulle Olimpiadi in Italia, che sarebbero tornate un quadriennio dopo, con la kermesse estiva di Roma ’60, ma questa è già un’altra storia. (3 – continua).

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