Le innegabili e favolose emozioni d’ospitare i Giochi invernali, l’Italia le assaporò esattamente già vent’anni orsono, quando Torino, le sue valli e alcune località montane del comprensorio divennero lo zenit delle discipline sportive su ghiaccio e neve. Una Penisola forse con meno criticità di quella attuale, non ancora travolta dalla stordente crisi economica generata dal crac Lehman Brothers, e nemmeno dello scandalo morale di Calciopoli, si rivelò un’inappuntabile padrona di casa dell’evento. Le XX Olimpiadi d’inverno qui da noi, quale vetrina imperdibile, che dal 10 al 26 febbraio 2006 collocarono il Piemonte sotto i riflettori, col presidente Carlo Azeglio Ciampi ad aprire ufficialmente la manifestazione, e la plurimedagliata Stefania Belmondo ultima tedofora, a riannodare un filo interrotto coi fasti di Roma ’60, e Abebe Bikila trionfatore scalzo della maratona, sotto l’Arco di Costantino. L’inno di quei Giochi composto da Claudio Baglioni, che accompagnò le gesta della pattinatrice canadese Cindy Classen, la più decorata con un oro, due argenti e idem i bronzi, imitata dallo collega dello short track Ahn Hyun Soo, sudcoreano capace di tre successi e un 3° posto, la cui connazionale Jin Sun-Yu centrò pure lei un tris aureo nella stessa specialità. Sugli scudi lo strepitoso sciatore norvegese Kjetil Andre Aamodt, padrone del SuperG, dopo o titoli del 1992 e del 2002, con l’aggiunta dell’oro in combinata a Salt Lake. Spettacolare e spericolato il saltatore austriaco Thomas Morgensten, bi-campione dal trampolino K120, sia individuale che a squadre, mentre la tenacia baciò i pattinatori di figura cinesi Dan e Hao Zhang, che dopo una rovinosa caduta, eseguirono il loro esercizio al limite della perfezione, acchiappando un insperato argento. Lampi anche dagli atleti azzurri, fra cui l’ex slittinista Gerda Weissensteiner, che dopo l’oro del 1994, si cimentò nel bob in coppia con Wilfred Huber, salendo sul terzo gradino del podio, altresì “sua Maestà” Armin Zoeggeler confermò il predominio nello slittino, e un’affinità con i metalli, dopo il bronzo di Lillehammer, l’argento di Nagano e il doppio tripudio americano e torinese, nell’arco di quattro Olimpiadi di fila. Un computo di 5 ori e 6 bronzi per la delegazione italiana, in un medagliere dominato da teutonici (11 – 12 – 6), statunitensi (9 – 9 – 6) e austriaci (9 – 7 – 7), anche se il momento clou ce lo regalò il fondista Giorgio Di Centa, ineguagliabile in staffetta con Valbusa, Piller Cottrer e Zorzi, e nella 50 km a tecnica libera, dove tagliò il traguardo lasciandosi in scia gli storici avversari scandinavi.
Entusiasmo alle stelle, in un’Italia divisa fra berlusconiani e anti- berlusconiani, alla vigilia dell’apoteosi ai Mondiali calcistici di Germania, e coi prossimi appuntamenti olimpici suddivisi fra Pechino 2008 e la nevosa Vancouver 2010. In Canada, dal 12 al 28 febbraio, per la kermesse si ritrovarono le star delle varie discipline in cartellone, fra cui il novello skicross; modeste le ambizioni della pattuglia italiana, che in effetti non entrò nella Top 10 del medagliere, stravinto dagli ospitanti nordamericani (14 o, 7 a e 5 b), tallonati dalla Germania (10 – 13 – 7), con i tedeschi Andre Lange e Kevin Kuske che s’aggiudicarono la gara del bob a due, che per entrambi rappresentò il 4° alloro in totale, mentre l’elvetico Simon Ammann bissò la doppietta del 2002 nel salto con gli sci dal trampolino, eguagliando il finnico Matti Nykanen. Podio in fotocopia nell’hockey, ossia Canada, Usa e Finlandia; con il successo sui rivali americani, i ragazzi con l’acero agguantarono l’ottavo oro della storia olimpica, superando i 7 dell’Urss, altresì il nostro Zoeggeler, con il colore meno pregiato, s’appuntò la quinta medaglia in altrettante edizioni, e Piller Cottrer sfiorò l’impresa nella 15 km di fondo, arrivando a un palmo dall’apoteosi. Un pò di disappunto generalizzato sui giornali e nei notiziari italiani, nonostante l’impronosticabile vittoria di Giuliano Razzoli nello slalom speciale, nel vivo di una recessione e di un mondo digitale sempre più invasivo nella quotidianità, e una classe politica che stava cambiando pelle. (10 – continua).

