A partire da questo mese di settembre, cominciamo un viaggio nella memoria sportiva, spaziando fra i decenni e le discipline agonistiche; avvenimenti e personaggi indelebili, pure a distanza di tanto tempo, che con le loro imprese sono entrati di diritto nella leggenda e nell’immaginario collettivo. L’anno in questione è il 1976, in cui il Torino ritornò campione d’Italia, a distanza di 27 anni dalla sciagura di Superga, Niky Lauda rischiò la vita al circuito del Nurgburing in Germania, quando la sua Ferrari s’incendiò, la ginnasta rumena Nadia Comaneci strabiliò tutti alle Olimpiadi di Montreal, ottenenedo dei 10 dalla giuria, e il tennista Adriano Panatta trionfò a Roma e a Parigi, puntando pure al (platonico) titolo di sportivo italiano dell’anno.
A proposito del favoloso Panatta, in quel ’76 dovette destreggiarsi anche in Coppa Davis, il più prestigioso torneo tennistico per nazioni; dopo aver eliminato nell’ordine Polonia, Jugoslavia e la Gran Bretagna a domicilio, gli azzurri si trovarono di fronte i favoritissimi australiani in semifinale, regolati per 3-2 nel ribollente catino del Foro Italico. La clamorosa vittoria su John Newcombe e soci, regalò ai nostri portabandiera la finalissima; ad attendere il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli e i “quattro moschettieri” della racchetta … il Cile, autentica sorpresa della competizione, e che avrebbe ospitato l’atto conclusivo nell’impianto accanto allo stadio Nacional, tra i simboli della repressione, e utilizzato come campo d’internamento per gli oppositori politici. Gli andini si qualificarono per via del forfait dell’Urss, dato che i vertici dell’apparato sovietico si rifiutarono di sfidare i giocatori cileni, espressione di un popolo sottoposto a una cruenta e disumana dittatura d’ispirazione filofascista, dal settembre 1973. Una spietata giunta militare al comando del Paese, capeggiata dal generale golpista Augusto Pinochet Ugarte, che con la violenza e le armi rovesciò il democratico governo presieduto da Salvador Allende, medico d’estrazione marxista.
La faccenda travalicò assai presto i confni dello sport, collocandosi nell’ambito politico e diplomatico; una patata bollente di proporzioni enormi, in ragione del fatto che partecipare avrebbe legittimato il boia Pinochet e i suoi accoliti, mentre restare a casa avrebbe privato l’Italia di un titolo tennistico mai vinto in precedenza. “Panatta milionario e Pinochet sanguinario“, lo slogan che urlava la gente nelle piazze, in quei cortei organizzati in genere dalla sinistra extraparlamentare, invece il notissimo cantautore Domenico Modugno si spese in prima persona per il boicottaggio, con l’impasse che calò di netto sul Belpaese. L’esecutivo guidato da Giulio Andreotti e il Coni preferirono non prender posizione, demandando la decisione alla federazione tennistica, la quale propendeva per andarci, ma intanto in Parlamento proseguivano le interrogazioni in materia. Fra le più combattive la demoproletaria Luciana Castellina, come del resto il Pci spingeva per la rinuncia, ma qui la storia si mischia alla … leggenda; infatti, una missiva sarebbe stata recapitata al segretario Enrico Berlinguer, scritta da esuli cileni, i quali avrebbero implorato gli atleti italiani di non lasciare la coppa nelle mani di Pinochet, che l’avrebbe adoperata come strumento di consenso e propaganda.
A quel punto, si decise congiuntamente di decollare alla volta del Cile, per la tre giorni tennistica, dal 17 al 19 dicembre; pochi giornalisti al seguito e nessuna copertura tv, in diretta. Di fronte atleti tutt’altro che irresistibili come Patricio Cornejo e Jaime Fillol, regolati da Panatta e Corrado Barazzutti nella giornata inaugurale, in attesa del decisivo doppio del 18. Per l’occasione, Adriano e il socio Paolo Bertolucci indossarono delle magliette rosse, in sfregio al regime liberticida al potere; una scelta cromatica che fece storia, ripresa più avanti dalla letteratura e dal cinema, per un match che però si rivelò davvero ostico, ma che consegnò ai nostri il punto fondamentale per il trofeo: 3-6 6-2 9-7 6-3… e la Davis per la prima volta in Italia. Entusiasmo piuttosto contenuto sui giornali italiani e soprattutto nei programmi Rai, tanto che i “quattro moschettieri”, che comprendevano la riserva Tonino Zugarelli, rientratono quasi alla chetichella il 24, sicuramente ignari di aver varcato la soglia dell’immortalità sportiva. (continua).

Da sx: Tonino Zugarelli, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Adriano Panatta (fonte Facebook)
