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  • Categoria dell'articolo:Hockey / Sport
  • Ultima modifica dell'articolo:21/06/2026
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C’è un’immagine dello scorso gennaio che racconta tutto meglio di qualsiasi comunicato. Davanti all’Arena Santa Giulia, mentre dentro si giocavano le partite olimpiche, un gruppo di tifosi si piazza con sciarpe, bandiere e cori. Sostengono una squadra che non esiste. Niente maglia da seguire, niente risultato da aspettare: solo Milano, e l’idea che una città con un secolo di hockey alle spalle non possa restare senza. Cantare per il vuoto era un modo per farsi sentire, e a quanto pare è arrivato a destinazione.

Dalla prossima stagione Milano torna ad avere una squadra maschile sul ghiaccio. Si chiama Milano Hockey Club, nasce da zero e giocherà le gare di casa in un palazzetto provvisorio da quattromila posti, montato alla Fiera di Rho lì dove la città sfuma nella tangenziale e nei capannoni. Non sarà il romanticismo del derby di una volta, ma intanto il ghiaccio c’è.

La novità vera, però, è dove giocherà. Il Milano ha chiesto e ottenuto un posto nella Ice Hockey League, la lega privata e internazionale che mette insieme austriaci, ungheresi, una slovena e due italiane: il Val Pusteria e, soprattutto, il Bolzano, cioè il nemico di sempre. È il massimo a cui si potesse puntare, perché un campionato italiano vero e proprio non esiste più: le altre nostre squadre si accontentano della Alps Hockey League, un gradino sotto. Milano riparte saltando la fila.

Dietro l’operazione ci sono due uomini e due mondi lontanissimi. Il primo è Marco Margiotta, italo-canadese, che di mestiere commercializza Dogecoin, sì, la criptovaluta, e che nello sport ha già messo soldi nella Triestina e in una squadra svizzera di hockey. Il secondo è Christof Leitner, che le piste di ghiaccio le costruisce per davvero: sarà il presidente, e la sua azienda aveva tirato su gli impianti delle Olimpiadi. A convincerli è stato anche un assegno da circa cinque milioni della federazione degli sport del ghiaccio per l’arena di Rho. Detta così, l’hockey milanese rinasce grazie a una criptovaluta e a un fornitore di piste. Per anni si è ripetuto che lo sport aveva perso l’anima: provate a dirlo a chi cantava per una squadra che non c’era.

Vale la pena ricordare cosa si era perso. La prima squadra è del 1924. Negli anni Cinquanta si chiamò Milano Inter, per un accordo con la società di calcio, e mise in bacheca persino due Coppe Spengler. All’inizio degli anni Novanta in città c’erano addirittura due squadre a contendersi lo scudetto, la Saima e i Devils nati dalla polisportiva di Berlusconi. Poi, tra il 1998 e il 2008, i Vipers ne vinsero cinque di fila. In tutto, le varie Milano sul ghiaccio hanno alzato trentadue scudetti: per dare un’idea, gli stessi che l’Olimpia del basket ha appena festeggiato dall’altra parte della città. Dal 2022, il nulla.

Adesso una squadra va costruita in un’estate, che nell’hockey non è una passeggiata. In panchina siederà Doug Shedden, che il campionato lo conosce perché ha già allenato a Bolzano. Il colpo da prima pagina è Michael Dal Colle: ala nata in Ontario ma con il cognome che spiega tutto, quinta scelta assoluta al draft NHL del 2014, 116 partite nella lega più forte del mondo prima di trasferirsi in Europa nel 2022. L’ultima stagione l’ha passata segnando in Finlandia e in Germania, poi appena sette gare in KHL con il Minsk prima che, a inizio dicembre, tutto si interrompesse. È il nome che dà credibilità a un progetto, ed è esattamente per questo che lo si prende.

Attorno a lui, a leggere i curricula, c’è da sognare: Greg McKegg ha giocato a New York con i Rangers, Wade Allison per tutti “Big Red Train” ha vestito la maglia dei Philadelphia Flyers, Alex Grant e Nick Caamano arrivano da mezza Europa. A leggerli con più attenzione, però, salta fuori un dettaglio: parecchi di questi nomi vengono da stagioni di pochissime partite, fermati da infortuni o da avventure finite prima del previsto. McKegg, per dire, negli ultimi due anni è sceso sul ghiaccio otto volte, frenato da un ginocchio. È una squadra che scommette più sui trascorsi che sul presente: comprensibile, quando devi partire fra tre mesi, ma resta una scommessa.

Il resto è un cantiere, in tutti i sensi. L’arena dovrebbe essere pronta per fine settembre, il campionato comincia il 18: facile che le prime giornate si giochino in trasferta, in attesa che il ghiaccio di casa sia agibile. Il direttore sportivo, per ora, è in prestito dalla squadra svizzera di Margiotta; i portieri e gli italiani devono ancora arrivare; e ogni giorno spunta un nome nuovo nel tritacarne delle voci di mercato.

Eppure ci sono tutte le condizioni perché funzioni. Le Olimpiadi hanno dimostrato che a Milano, per l’hockey, la gente c’è ancora. Resta da capire se quei tifosi che a gennaio cantavano nel vuoto si accontenteranno di una squadra, finanziata in Dogecoin e tirata su di corsa. Conoscendo Milano, la risposta è probabilmente sì: l’importante è tornare ad avere qualcosa per cui cantare. Con la differenza che stavolta, sul ghiaccio, ci sarà davvero qualcuno a rispondere.

Foto Social Milano Hockey Club