Nella nostra prima uscita vi abbiamo parlato del Rapid, storica squadra di oratorio che primeggiava nella provincia di Novara, svelandovi l’esistenza di una palestra moderna ma particolarissima: era stata costruita interrata a venti metri di profondità, scendendo tre piani sotto la chiesa e sotto alla sala che ospitava uno storico Cineforum. E vi abbiamo parlato di un personaggio che di storie di basket ne ha tante da raccontare: Giorgio Lazzarini. Per capire cosa significasse davvero giocare a pallacanestro in quei tempi non potevamo che rivolgerci a lui.

Conosciuto da intere generazioni non tanto come professore di arte – mestiere che pure ha svolto per tutta la vita – ma come un vero e proprio GURU del basket, e non solo a livello locale. Il suo curriculum vanta infatti esperienze di primissimo piano, tra cui spiccano i ruoli come assistente in Serie A2, prima a Borgomanero, poi a Montegranaro e infine a Vigevano. È un uomo che ha letteralmente fatto crescere centinaia di giovani sul parquet, alimentando un fuoco che non si è mai spento: ancora oggi che è ufficialmente “pensionato”, Lazzarini continua a lavorare a pieno ritmo nel mondo della pallacanestro. Lo fa mosso dalla profonda consapevolezza della fortuna che ha nell’avere costantemente attorno a sé tanti ragazzi, potendo continuare a fare ogni giorno la cosa che più gli piace al mondo.

Dal suo percorso iniziale come talentuoso giocatore juniores nel Basket Club Novara, fino a diventare uno dei volti storici della nostra Pallacanestro, fondatore e instancabile pilastro dell’avventura del Rapid, Giorgio ci regala oggi una testimonianza ricchissima di dettagli, che fotografa alla perfezione l’epopea del basket di quartiere.

Ecco il suo racconto:

“Quello che succedeva a Novara, nel mio quartiere Sacro Cuore, era che a poca distanza c’erano due realtà quasi invalicabili. Da una parte l’oratorio completamente maschile gestito dai Padri Cappuccini, una diramazione francescana di frati estremamente pratici, legati a uno spirito di povertà veramente reale rispetto alla loro vocazione. A qualche centinaio di metri in linea d’aria, c’era l’oratorio femminile salesiano delle suore dell’ISSA di via Battistini. In quegli anni, parliamo del triennio ’74-’76, la distinzione tra maschi e femmine era ancora netta, tanto che alcune scuole avevano ancora classi distinte. La distanza tra i due oratori poteva essere superata solo in casi eccezionali.

L’oratorio maschile del Rapid era storicamente calcistico. Si giocava praticamente solo a calcio nel campetto a ridosso della chiesa. Tutto veniva gestito all’interno, prima che le attività sportive si spostassero poi al Torrion Quartara. Ma la svolta arrivò con la costruzione del nuovo oratorio, affiancato alla chiesa. Sopra c’era una sala cinematografica importante, sede di un cineforum secolare che sostituiva il vecchio cinema. E sotto, a venti metri di profondità e scendendo per tre piani sottoterra, fu realizzata una palestra moderna per le dimensioni dell’epoca. Oggi la sicurezza non permetterebbe l’accesso agli spettatori, ma noi avevamo una balconata al primo piano sottoterra che seguiva il perimetro del campo.

Fu in quel bunker che, nel 1975, nacque il Rapid Basket, fondamentalmente dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi. Io all’epoca giocavo come juniores nel Basket Club Novara. Un giorno mi suonarono al campanello due ragazzi più giovani, uno del ’61 e l’altro del ’63, dicendomi: ‘Abbiamo organizzato una squadretta giù al Sacro Cuore, il prete ci dà il permesso, c’è la nuova palestra. Abbiamo bisogno di uno che venga a darci una mano’. La cosa mi stuzzicò e mi presentai. A tenere in piedi la società, in maniera del tutto volontaria, eravamo quattro personaggi: Enrico ‘Chicco’ Ferrario, che ne sarebbe diventato presidente a soli 22 anni, io, Federico Beldì (ora medico di pronto soccorso in pensione) e Mario Colli, all’epoca un ragazzone di chiara ispirazione oratoriale.

All’inizio il nostro era un movimento veramente di popolo, artigianale e povero. Partimmo con una squadretta di allievi e cadetti, ma in due o tre anni arrivammo ad avere maglie da gioco cucite esclusivamente a mano dai frati. Mantenevano lo spirito calcistico dell’oratorio: avevamo maglie di lana dei colori più strani, poco traspiranti e difficili da indossare, con grossi numeri sulla schiena che andavano dall’1 al 15, come nel calcio, e non dal 4 in su. Qualcuna è ancora in giro oggi!

Sfruttando il baby boom dei ragazzi nati tra il ’59 e il ’62, nel giro di quattro anni creammo due squadre senior e tutte le categorie giovanili, in alcuni casi anche sdoppiate. Eravamo a ridosso del 1977, un anno politicamente caldissimo e ricco di occupazioni e manifestazioni studentesche. C’era una bella dicotomia tra l’essere studenti con un pensiero rivolto alla politica e la vita d’oratorio. I due mondi non entravano mai in conflitto, grazie alla tolleranza dei frati che si dimostrarono grandissimi. Accoglievano tutti dal punto di vista umano, limitandosi a chiedere il rispetto delle regole comportamentali. Non importava loro se uno fosse apertamente di sinistra: l’importante era che andassei lì a dare una mano ai ragazzi.

Nel 1978-79 arrivarono le prime vere divise per i ragazzi che giocavano in Promozione. Il campionato era a libera partecipazione ma il livello era sorprendentemente alto; basti pensare a squadre come il Ghemme o il Borgomanero, che salendo poi in Serie D o C si dimostravano subito dominanti. Storici, in quegli anni, furono i nostri accesi scontri e le grandi battaglie contro la neonata Pallacanestro Cerano.

A cento metri di distanza da noi, dicevo, c’era l’oratorio femminile salesiano. I salesiani, con il loro imprinting torinese legato a Don Bosco, erano più organizzati. L’allora responsabile, Don Gino Borgogno, decise di usare lo sport come veicolo di aggregazione e fondò le Polisportive Giovanili Salesiane (PGS), un movimento che da lì prese piede a macchia d’olio in tutto il mondo. L’ISSA di Novara, affiliata alla PGS, era esclusivamente femminile e si aprì a basket e pallavolo. C’era una grande rivalità maschi-femmine, ma a 17 anni, in pieno bombardamento ormonale, c’era anche molta attrazione. Tanti amori nacquero proprio lì, vissuti in maniera quasi ottocentesca: ci si dava appuntamento di nascosto, magari dietro a un lampione, per sfuggire al controllo bonario di suore e frati. Nel tempo i due mondi si mescolarono: a noi mancavano le tifose, a loro gli allenatori. Molti ragazzi del maschile diventarono così accompagnatori o tecnici della femminile.

La PGS ISSA crebbe fino ad avere una squadra di vertice in Serie C, composta unicamente da ragazze costruite in oratorio. Sfornò anche talenti che arrivarono ai piani alti, come Alessia Vivian, classe ’70, figlia dell’indimenticato giocatore del Novara Calcio Alberto Vivian, un uomo dalle qualità umane superiori. Alessia, a soli 18 anni, fu acquistata dal Basket Magenta in Serie A1, diventando a tutti gli effetti una professionista.

Tra le ragazze non mancava certo l’agonismo. Ricordo il primo storico derby di Serie C contro la Pallacanestro Femminile Vercelli. In una palestra esaurita e caldissima, la partita sfociò in una vera rissa in campo, con tanto di capelli tirati e sberle. La suora accompagnatrice in panchina (ogni squadra ne aveva una) si spaventò moltissimo e, tramite la responsabile, fece chiamare la Polizia. Quando la volante arrivò a sirene spiegate nel cortile di via Battistini, la zuffa si era fortunatamente già placata. Il simpatico maresciallo della questura scese dall’auto, unì le mani in segno di preghiera e disse una frase passata alla storia: ‘Ma come, adesso anche le suore si picchiano?’. Un’uscita che scatenò l’ilarità generale e stemperò tutta la tensione.

Ma l’aneddoto più incredibile riguarda il nostro oratorio maschile. Una sera scesero in palestra tre militari di leva alla Caserma Cavalli, tutti laziali: Luigi Cimino, tenente di sanità ex giocatore del Basket Cinecittà; Roberto Casasola, un tiratore pazzesco delle Stelle Marine di Ostia; e Franco Tedeschi da Civitavecchia (che poi avrebbe sposato Carmen Vannicola, sorella del noto medico sportivo novarese e giocatrice dell’ISSA, rimanendo a vivere a Novara per sempre). Furono una manna dal cielo per la squadra, e le nostre mamme li ‘adottarono’ per aiutarli a evadere da una vita di caserma non facilissima. Passavano le serate nelle nostre case, giocavano a carte con noi, bevevano e fuggivano in libera uscita. Luigi rischiò persino un processo guidando una macchina fino a Grenoble per portare alcuni di noi a vedere la storica finale di Coppa dei Campioni tra l’Ignis Varese e il Bosna Sarajevo!.

Un giorno i tre ragazzi decisero di fare un po’ di passaparola in caserma per la nostra prima partita di campionato in casa. La sera della gara, sulla nostra famosa balconata sotterranea, si presentarono 250 commilitoni assatanati. Mentre nella sala soprastante si proiettava il consueto film del cineforum, i soldati misero in piedi un tifo da stadio argentino. Alla presentazione delle squadre lanciarono un oceano di rotoli di carta igienica dello Stato, tanto che ci volle un quarto d’ora per pulire il campo. Il rumore era assordante, si sentiva quasi fino a Viale Roma. A un certo punto suonò il campanello di comunicazione del tavolo. Comparve Padre Agostino, l’organizzatore delle nostre attività. Tutti pensavano a un richiamo spirituale, e invece tuonò: ‘Sopra di voi c’è un cineforum! O adesso la smettete di fare ‘sto casino o noi dobbiamo sospendere la proiezione. Dopodiché avete finito di venire qua a giocare!’. Scattò l’immediato applauso dei militari all’indirizzo del frate. Da quel momento, la partita si svolse in un comico, assoluto silenzio, quasi fossimo nell’ora della preghiera, con tanto di arbitro fermo con la palla in mano ad ascoltare la predica. Continuammo a riderne per settimane.”

L’eco di quei palloni di cuoio consumato che rimbalzavano a venti metri sotto terra ci racconta una pallacanestro che non c’è più, ma che ha innegabilmente forgiato il carattere di un’intera generazione. Erano gli anni in cui lo sport era prima di tutto un formidabile aggregatore sociale, il collante perfetto capace di unire caserme, parrocchie e quartieri interi. Il Rapid maschile e l’ISSA femminile non erano solo due società sportive, ma le due metà complementari di un cuore pulsante che batte ancora fortissimo nei ricordi di chi c’era. Perché prima dell’avvento del cristallo, dei maxischermi e dei palazzetti moderni e asettici, il basket era esattamente questo: sudore condiviso in maglie di lana ruvida, gite improvvisate, amicizie indissolubili e qualche preghiera recitata sottovoce a un frate, sperando semplicemente di poter continuare a giocare in pace.

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