Orlando Whitfield ricostruisce l’ascesa e il crollo di Inigo Philbrick, il giovane gallerista che vendeva quote degli stessi quadri a più collezionisti
Un ragazzo di trent’anni, un catalogo di opere autentiche e una montagna di contratti incrociati. Così Inigo Philbrick ha ingannato alcuni dei collezionisti più ricchi del pianeta. Philbrick è inglese. Studia a Londra, alla Goldsmiths. Il padre dirige un museo di arte contemporanea negli Stati Uniti, in Connecticut. Nel 2011 entra nel mercato come stagista. Otto anni dopo muove milioni. Ha cultura, intuito, una parlantina che conquista chiunque.
Il sistema regge finché nessuno confronta le carte. Philbrick cede la stessa opera, o quote della stessa opera, a più acquirenti. Usa i quadri come garanzia per nuovi prestiti. I debiti si accumulano. Lui non si nasconde. Anzi, si mette in vetrina. Jet privati, ville, feste. Proprio mentre i conti iniziano a non tornare.
Nel 2019 il gioco si rompe. Le cause legali si moltiplicano. Interviene l’Fbi. Philbrick scompare. Lo arrestano a Vanuatu, arcipelago del Pacifico. Viene estradato negli Stati Uniti e condannato. Oggi la vicenda è al centro di una miniserie della Bbc.
Chi racconta
Orlando Whitfield era suo compagno di università. Poi amico, confidente, a tratti socio d’affari. Il suo libro non è un’inchiesta giudiziaria. È il racconto di un legame visto da dentro. Whitfield non si assolve. Racconta anche quello che non ha visto, o non ha voluto vedere.
Il sistema dietro l’uomo
Il caso Philbrick non nasce nel vuoto. Racconta un mondo dove un quadro diventa un titolo finanziario. E dove nessuno controlla davvero chi possiede cosa.
Il giudizio
La forza di questa storia sta in un paradosso. Philbrick non ha falsificato nulla. Ha sfruttato la cosa più preziosa del mercato dell’arte: la fiducia.
Ed è qui che il racconto diventa interessante anche per chi di arte non sa niente. Perché il meccanismo è universale. Un mercato che vive di riservatezza, strette di mano e prezzi gonfiati è un terreno perfetto per chi sa recitare.
Philbrick è il colpevole, e i tribunali lo hanno stabilito. Ma attorno a lui c’erano collezionisti avidi, finanziatori distratti, un sistema che preferiva non fare domande finché tutti guadagnavano.
Il punto di vista dell’amico aggiunge ciò che un’inchiesta non può dare: il fascino del personaggio. Si capisce perché tanti gli abbiano creduto. E viene il sospetto che, al loro posto, ci saremmo cascati anche noi.
