Carlo era un monatto.

Non uno stinco di santo — anzi.

Era finito a fare quel mestiere proprio perché era un ladro: aveva rubato del latte a dei contadini e lo avevano preso. Con lui non erano stati clementi. Ma ora, con la peste che stava decimando la popolazione, servivano braccia forti. E per quel lavoro pagavano bene.

In fondo, gli sembrava quasi una forma di libertà.

Girare per le strade deserte con un carro, raccogliendo cadaveri o moribondi mentre il campanello appeso al fianco tintinnava tra il silenzio e le grida lontane.

Una libertà marcia, ma pur sempre libertà.

La malattia non lo aveva ancora colpito. Non sapeva perché. Forse perché, come dicevano tutti, era troppo ignorante anche per morire.

“Il bifolco”, lo chiamavano.

E lui rideva, con quella risata grossolana che gli faceva tremare le spalle.

Quella sera, insieme a Peppino e Marco, avevano già riempito il carro di corpi.

Si stavano dirigendo verso la chiesa di San Bernardo, dove avevano allestito il lazzaretto. Una chiesa bassa, senza campanile, dove si diceva che ogni giorno l’angelo della peste e l’angelo della morte lottassero contro San Michele per l’anima dei malati.

Carlo, però, non aveva mai visto nessuno uscire vivo da lì.

Solo loro, i monatti — e la gente li evitava come fossero demoni.

Ma a lui non dispiaceva. Prima o poi, con i soldi guadagnati, avrebbe comprato una fattoria.

Sua sorella Maria sarebbe venuta a vivere con lui. Non avrebbero più dovuto rubare.

Per fortuna nemmeno lei si era ammalata.

Stava dagli zii, lontano da tutto questo inferno.

Un rumore lo scosse dai suoi pensieri.

Proveniva dal carro, come se qualcosa si muovesse tra i corpi.

Si girò di scatto.

“Non guardare, bifolco,” ringhiò Marco. “Va tutto bene.”

“Ma… qualcosa si muove,” insistette Carlo, tirando le redini e fermando il cavallo.

Giuseppe sbottò: “Che fa, ‘sto bifolco del diavolo?”

Carlo salì sul carro.

E allora le vide.

Tra i corpi, quasi sepolte, c’erano una donna e una bambina. Vive. Tremavano come foglie.

“Ma… sono vive! Non sono malate!” gridò.

“Lo saranno presto,” rispose Peppino, con un ghigno. “Tanto finiranno nella fossa comune con tutti gli altri. Quella donna è una strega: porta la peste. Il marito e i vicini sono morti, ma lei e la figlia no. Ci hanno pagato bene per questo lavoro.”

Carlo rimase immobile.

Una strega? Ma la donna portava al collo una croce.

Le streghe rinnegano Dio. Non portano croci.

“Non è una strega,” mormorò.

“Taci, bifolco. Guarda qua.” Peppino tirò fuori un sacchetto pieno di monete d’argento. Una fortuna. “Ce n’è pure per te, se non rompi le scatole.”

Carlo riprese a guidare, ma le mani gli tremavano.

Il carro avanzava verso San Bernardo, ma qualcosa dentro di lui si spegneva a ogni metro.

Quando il profilo della chiesa apparve nella nebbia, Carlo fermò di nuovo il carro.

“Lasciatela andare,” disse a voce bassa. “Non è giusto.”

“Sei proprio un bifolco,” sputò Marco.

Carlo scese, aprì il portellone e aiutò la donna e la bambina a scendere.

“Correte,” sussurrò. “Via.”

I due compagni gli saltarono addosso.

“Stupido bifolco!” urlò Peppino, colpendolo con il manico del forcone.

Carlo cadde a terra, e mentre cercava di rialzarsi sentì una fitta al petto — una puntura gelida.

Abbassò lo sguardo. Un coltello gli spuntava tra le costole.

Cadde in ginocchio.

Fu allora che lo vide.

Un’ombra nera si staccò dalla nebbia: l’angelo della peste.

La sua figura era contorta, le ali come veli di pece, il volto nascosto dietro una maschera d’ossa.

Si avventò su Peppino e Marco.

In pochi istanti, i due cominciarono a tossire, a sanguinare, a urlare.

La pelle si coprì di bubboni neri.

Poi apparve un’altra figura — l’angelo della morte, col mantello che pareva fatto di fumo. Li prese con sé e li trascinò lontano, verso il campo. Era come se la chiesa li avesse rifiutati …Nn voleva ospitare nemmeno i loro corpi nel suo cimitero

Carlo rimase solo, ansimante, il sangue che gli colava tra le dita.

Poi l’ombra tornò verso di lui.

“Ora mi prenderà,” pensò. “E finirà tutto.”

Ma dalla nebbia si levò una luce.

Una lama di fuoco fendette il buio.

San Michele.

Con la spada infuocata si lanciò contro l’angelo nero.

Fuoco e oscurità si scontrarono nel silenzio della pianura, tra le croci e i cadaveri.

Carlo sentì il petto bruciare, poi tutto diventò buio.

“Come stai?”

Aprì gli occhi. La donna era accanto a lui, con la bambina stretta in braccio.

Erano nei campi, lontano dalla chiesa.

“Ti ho trovato da solo,” disse lei. “Ti ho curato con delle erbe. L’infezione si fermerà.”

“Ma… cos’è successo?”

Lei abbassò lo sguardo.

“Non lo so. Quando sono scappata, ho visto la luce nella nebbia… e ho sentito qualcuno pregare.”

Carlo si toccò il petto. La ferita bruciava ancora, ma era viva.

Come lui.

Dalla pianura arrivava il suono cupo delle campane di Trecate.

Il carro dei monatti era distante.Altri monatti erano arrivati e senza farsi troppe domande stavano scaricando i corpi.

E sopra i campi, per un istante, parve di vedere due ali — una nera e una di fuoco — dissolversi nella nebbia.

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