I social network, oggigiorno di uso comune, nel secondo decennio del Duemila cominciavano ad appassionare un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo, condizionando la diffusione dell’informazione. Una tecnologia in galoppante ascesa, anche in ambito sportivo, come evidenziato anche nei Giochi invernali di Sochi 2014, in quella Russia governata da Vladimir Putin, e che si riscoprì a cinque cerchi dopo alcuni lustri dall’edizione estiva di Mosca ’80, passata alla storia per il boicottaggio degli americani e di alcuni fedeli alleati, post invasione sovietica dell’Afghanistan: fotogrammi da Guerra Fredda. In un contesto geopolitico all’apparenza migliore, il 7 febbraio venne inaugurato l’evento agonistico, che fino al 23 si sarebbe tramutato anche in una costosissima vetrina propagandistica, ben oltre i roseii preventivi, come già storicamente capitato. La XXII puntata dei Giochi nevosi, che battezzò l’ingresso di altre discipline, categorie e dei professionisti della lega hockeistica americana NHL, e purtroppo anche alcuni casi di positività, fino a proclamare la Norvegia quale delegazione regina, in relazione alla conquista di 11 ori, 6 argenti e 10 bronzi, sopravanzando al fotofinish russi (10 – 10 – 9) e canadesi (10 – 10 – 5). Fulminei i pattinatori olandesi Ireen Wust e Sven Kramer, entrambi bicampioni olimpici, con l’aggiunta rispettivamente di 3 e un argento, mentre una tripletta aurea la realizzò la biatleta autoctona Darya Domrcheva, impeccabile al poligono di tiro. Un bronzo se lo accaparrò il nostro slittinista Armin Zoeggeler, di nuovo sul podio e per la 6° edizione olimpionica consecutiva, imitato dalla pattinatrice Arianna Fontana, argentea nello short track, come del resto una standing ovation alla carriera la meritò appieno il norvegese Ole Ejnar Bjorndalen, che di medaglie arrivò a collezionarne 13, di cui 8 pregiatissime. La globalizzazione imperante abbracciò idealmente lo sport, come rappresentato in maniera esemplare dai futuri appuntamenti olimpici, a Rio de Janeiro (2016) e nella coreana Pyeonchang (2018).

L’avveniristica Corea del Sud riaccese la fiamma olimpica il 9 febbraio, a distanza di 30 anni da quei Giochi dell’estate 1988, laddove l’ipertrofico velocista canadese Ben Johnson venne pizzicato positivo all’antidoping, e i giudici negli sport di combattimento, su tutti il pugilato, favorirono smaccatamente gli atleti di casa; un pianeta del tutto bipolare all’epoca, a differenza di quello odierno globale e digitalizzato, sebbene proprio nella penisola coreana esistano ancora due Stati contrapposti e separati dal 38° parallelo, tipo Germania pre 1990. Nonostante il fortissimo vento che imperversava, causando rinvii nello sci, nel biathlon e in altre specialità, fino al 25 le emozioni, miscelate a sorprese e qualche delusione, si susseguirono, in un testa a testa norvegese e tedesco per primeggiare nel medagliere: 14 trionfi ciascuno, ma il numero degli argenti (14 vs 10) premiò gli scandinavi, trascinati dalla fondista Marit Bjorgen, che con le cinque medaglie al collo toccò quota 15 in totale, issandosi in vetta nella classifica all-time. Strabiliante la ceca Ester Ledecka, in grado di primeggiare sia nello snowboard che nel SuperG dello sci alpino; un’impresa simile la compì l’olandese Jorien Ten Mors, andando sul podio sia nel pattinaggio di velocità che nello short track. Restando sul ghiaccio e sulle lamine, il nipponico Yuzuru Hanyu si fregiò di due allori nel singolo di figura, ricalcando le gesta dell’americano Richard Button, per una doppietta che mancava da Oslo 1952. Sugli scudi lo svizzero Dario Cologna, per la terza volta di filata padrone della 15 km di fondo, e lo stesso dicasi per l’estroversa bergamasca Sofia Goggia, magnifico oro in discesa libera; di assoluto rilievo il tri/podio di Arianna Fontana, valtellinese e sovrana dello short track: oro nei 500m, argento in staffetta e bronzo sui 1500. Tricolori italiani al vento, mentre la carovana a cinque cerchi si sarebbe fermata in Asia: Tokyo 2020 e Pechino 2022, ma proprio dalla Cina sarebbe deflagrata una variante virale in grado di condizionare l’intera umanità. (11 – continua).