La magica decade Sessanta, mitizzata da registi, cantautori e giornalisti per il progresso tecnologico, i primi palpiti di libertà giovanili, le vacanze di massa e una certa prosperità economica su ampia scala, s’aprì con la scomparsa del leggendario Fausto Coppi, il Campionissimo del ciclismo stroncato dalla malaria contratta in Africa, e con i Giochi invernali di Squaw Valley. Il 18 febbraio 1960, dalla rinomata stazione sciistica californiana, il vicepresidente federale Richard Nixon dichiarò ufficialmente aperte le VIII Olimpiadi invernali; l’inaugurazione di una kermesse che avrebbe offerto, sino al 28, competizioni relative a otto discipline. Sull’evento gravava però la lugubre cappa della Guerra Fredda, con i sovietici che trionfarono … in trasferta, aggiudicandosi un totale di 21 medaglie (7 o 5 a 9 b), relegando gli ospitanti a stelle e strisce a un misero 3° posto complessivo (3 o 4 a 3 b), dietro anche la delegazione tedesca … unificata (sic!!), che di ori che collezionò 4. Protagonista indiscusso il pattinatore dell’Urss Evgenji Grisin, il quale riconfermò il titolo nei 500m e nei 1500m, agguantati a Cortina ’56, altresì il teutonico (nello specifico dell’Est) Helmut Recknagel s’impose nel salto dal trampolino con gli sci, interrompendo l’egemonia degli scandinavi, mentre l’italiana Giuliana Minuzzo s’appuntò il bronzo nello slalom. In sintesi, un autentico smacco in salsa bolscevica, mentre di lì a qualche mese i riflettori si sarebbero spostati sulla “Città Eterna”, epicentro delle Olimpiadi estive 1960, che consegnarono all’immortalità il maratoneta etiope (scalzo) Abebe Bikila, il velocista miope Livio Berruti, il diciottenne pugile Cassius Clay e altri campioni.
Per le nevi, appuntamento nel ’64 a Innsbruck, perla di quell’Austria patria dello sci alpino. Un evento imperdibile nel cuore dell’Europa, qualche tempo la scomparsa di un uomo di pace come Giovanni XXIII, il “Papa Buono”, e l’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy, presidente e simbolo di un’America inclusiva e propensa alla distensione con il mondo filosovietico. Una pugnalata ai sogni di una generazione, altresì i Giochi austriaci si rivelarono sostanzialmente i primi all’insegna di una qual modernità agonistica, che accantonò i volenterosi mestieranti delle edizioni addietro, in sinergia a un’impeccabile organizzazione. Il 29 gennaio vennero così battezzate le IX Olimpiadi d’inverno, provviste di un calendario più vasto e articolato del solito, dove la predisposizione e la fisicità degli atleti CCCP sbaragliò il campo; 25 i lori podi, ripartiti in 11 ori, 8 argenti e 6 bronzi, per il gaudio di Leonid Breznev e tutto l’apparato Urss. Al centro della scena sicuramente la pattinatrice sovietica Lidja Skoblikova, la prima ragazza ad aggiudicarsi le quattro gare di velocità nel programma olimpico, stabilendo anche tre primati cronometrici; sulla medesima lunghezza d’onda la connazionale Klavdja Bojarsckich, sovrana dello sci nordico, con 3 allori. In ambito maschile la emulò il finnico Eero Mantyranta, che però si fermò a … due successi; da rilevare che il nostro bobbista Eugenio Monti venne insignito del riconoscimento “Pierre de Coubertin“, dopo aver prestato un bullone alla coppia britannica, che poi avrebbe vinto l’oro. Lo stesso Monti acciuffò il bronzo nella gara a 4, vinta incredibilmente dall’equipaggio canadese. Il 9 febbraio venne spento il braciere, invece i fuochi delle contestazioni giovanili sarebbero divampati a breve giro di posta, dal campus americano di Berkeley, per poi diffondersi a macchia d’olio in tantissimi Paesi, incluse Italia e naturalmente Francia, sede dei Giochi nevosi del ’68, a Grenoble. Un’occasione succulenta per il generale Charles De Gaulle, capo di Stato transalpino, e i suoi accoliti governativi, ignari dell’imminente “Maggio Francese”, quella spinta libertaria, politica e culturale che avrebbe contributo a rivoluzionare la societò occidentale nel suo complesso, nonostante le repressioni messe in atto dal potere centrale… (4 – continua).
