Il volume bilingue di Lorenzo Mangini, “Lou Carnesecca Da Pontremoli a New York” di Erga Edizioni, racconta una storia, che somiglia a una favola. Senza segnare neppure un canestro, un ragazzo di East Harlem, il quartiere “ghetto” degli italiani, è diventato il re del Madison Square Garden. Fu, infatti, il primo tecnico NCAA ad avere una bandiera sul soffitto a ricordare le sue 526 vittorie con St. John’s nell’arena più famosa al mondo. 

Il libro si articola in tre parti. Si parte dai borghi della Lunigiana, luoghi di origine di Carnesecca e dai suoi legami familiari. Seguono le tappe della sua carriera nel basket e si conclude con oltre trenta testimonianze di allenatori e campioni vicini all’uomo di Cargalla, che formano un quadro articolato, composto di piccoli episodi e storie divertenti. Tra gli altri, spicca la presenza di autentiche icone della pallacanestro italiana, come Sandro Gamba, Valerio Bianchini, Ettore Messina, Dino Meneghin, Pierluigi Marzorati. Fondamentale anche il contributo di Marco Baldi, che ha trascorso tre anni a St. John’s con Lou.
 L’appendice, oltre al glossario, riporta nomi, personaggi e numeri del basket americano. Il libro parla soprattutto di persone e sentimenti, perché questi contano quando il tabellone della partita è spento. Parola di Lou Carnesecca. Nell’opera sono stati inseriti dei VCode “aperti”, con immagini e video degli eventi celebrativi su Carnesecca, in Italia e in America. 

Il Comune di Pontremoli, con il sindaco, Jacopo Ferri, ha cominciato l’iter per intitolare al Coach un largo della frazione di Cargalla, dove era originaria la famiglia, un giusto omaggio per un simbolo di una generazione costretta a emigrare per costruirsi un futuro migliore.
Lou Carnesecca non ha mai vissuto in Italia in età adulta e neppure ha mai allenato, ma viene comunque considerato uno dei “padri” della pallacanestro nostrana. Un italiano, appassionato di basket, a New York aveva due tappe irrinunciabili: il negozio di Red Sarachek e la St. John’s University, dove un passaggio da Dante’s, il ristorante preferito di Lou diventava praticamente obbligato. Carnesecca è ricordato per il suo clinic di Roma nel 1966, dove, parlando in perfetto italiano, riuscì a trasmettere non solo contenuti tecnici, ma anche gli aspetti psicologici e didattici nelle più minute sfumature. Fece capire cosa significa stimolare i giocatori in maniera moderna, ma soprattutto riuscì a lasciare un ricordo indelebile come persona. Valerio Bianchini, uno dei quattrocento partecipanti, racconta nel libro che i presenti furono colpiti dall’importanza e dal tempo che Carnesecca dedicava alla difesa, il difensore non subiva più l’attaccante, ma lo costringeva ad andare verso altri difensori, che lo aiutavano a contrastarlo. Bianchini ricorda bene l’atmosfera di quelle giornate in una Roma da sogno. “I coach assiepati sulle tribune del Palazzetto dello Sport, ebbero la rivelazione di cosa potesse essere questo magico sport. Molti di loro non ci sono più, i loro bloc-notes sono chiusi per sempre, ma resta il ricordo dei colleghi che li hanno vissuti come anime guida. Ragazzi appassionati ebbero il coraggio di pensare di allenare un giorno come mestiere”. Proprio come Valerio. 

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