Cari lettori, in questa circostanza la nostra macchina del tempo ci conduce dritti al 1936, un anno a tinte fosche per l’Europa, con l’avvio della guerra civile spagnola, fra le fazioni repubblicane di stampo democratico, e le falangi nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco, d’ispirazione golpista. In Italia, il fascismo deteneva il potere assoluto da oltre un decennio, Peppino Meazza e Silvio Piola erano i fuoriclasse calcistici più acclamati dalla gente, e sulle strade del ciclismo un giovane toscano cominciava a mietere successi, fra cui il Giro d’Italia di quell’anno, e ovviamente ci riferiamo a Gino Bartali: cattolicissimo, devoto alla Vergine Maria e avverso al regime totalitario.

L’appuntamento clou dell’annata riguardava le Olimpiadi estive, in programma in agosto a Berlino, dall’alba del 1933 cuore della Germania nazista. Atleti da ogni angolo del globo si diedero appuntamento per quell’evento agonistico, all’ombra della svastica, fra cui l’ostacolista azzurra Trebisonda “Ondina” Valla, prima italiana ad aggiudicarsi un oro olimpico; pure la selezione calcistica di Vittorio Pozzo, composta da studenti universitari, salì sul gradino più alto del podio, ma la superstar della rassegna fu senza dubbio un ventitreenne afroamericano: James Cleveland Owens, detto Jesse (foto).

Nato nel 1913 in Alabama, e in seguito trasferitosi con la famiglia in Ohio, terra che offriva opportunità lavorative più allettanti, il giovane Owens venne aggregato alla squadra olimpica americana, in virtù delle prestazioni cronometriche registrate, nonostante qualche palese riserva dei vertici sportivi e politici. Il 3 agosto, all’interno del maestoso impianto berlinese, Jesse s’impose nei 100 piani, fermando il cronometro a 10 secondi e 3 decimi, ripetendosi poi il 5 sulla distanza doppia, in 20 secondi e 7 decimi, e quindi il 9 nella staffetta 4×100 in 39 secondi e 8 decimi, quale ultimo frazionista, iscritto in luogo di un compagno ebreo (specchio dei tempi). Nel bel mezzo di questi trionfi, lunedì 4 andò in scena la sua gara più iconica: il salto in lungo. Avversario da battere l’ariano tedesco Lutz Long; una sfida incerta e appassionante, che attirò sulle mega gradinate Adolf Hitler in persona. Rivedibile la pedana dei salti, tanto che i due lealissimi rivali si scambiarono consigli sulla rincorsa e lo stacco; sei tentativi a testa da regolamento, che alla fine premiarono Jesse con 8.06 m, mentre Lutz si fermò a 7.87 m. Da quel preciso istante, la cronaca sportiva, con annessa consegna delle medaglie, si mischia alla leggenda; alcune fonti sostengono che il Fuhrer se ne andò indispettito, per non stringere la mano a un nero, mentre altre, fra cui la biografia dello stesso Owens, affermano che al passaggio dell’atleta sotto la tribuna d’onore, Hitler lo salutò con un cenno della mano, che l’americano ricambiò sorridendo. Storicamente provato invece che, nonostante il poker di medaglie d’oro, “Lampo d’ebano” non venne mai ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Franklin Delano Roosevelt, che in lizza per la rielezione, non volle urtare l’elettorato degli Stati sudisti, dove vigeva ancora la segregazione razziale. Cinematografica e/o letteraria, l’amicizia che s’instuaurò fra Owens e Long; i due si tennero in contatto per anni, attraverso lettere e telegrammi, ma un destino crudele si celeva all’orizzonte; come risaputo, con l’invasione della Polonia nel settembre 1939, Hitler scatenò la sanguinosa Seconda Guerra Mondiale. Arruolato nelle truppe dell’Asse, Lutz perse la vita in Sicilia nel luglio ’43, in un combattimento susseguente allo sbarco alleato sull’isola. Una fine straziante per l’atleta teutonico, in seguito costantemente ricordato e celebrato dall’amico di colore, a dimostrazione di quanto lo sport sia in grado d’abbattere ogni tipo di barriera: sociale, culturale, politica, religiosa, linguistica e ovviamente razziale. (2 – continua).

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