Bentornati al nostro viaggio nella memoria della pallacanestro nostrana tra gli anni ’70 e ’90. Nella prima parte della nostra chiacchierata con Angelo Cerina – figura cardine, onnipresente e storico “patriarca” del Basket Club Trecate – abbiamo riaperto il suo inesauribile archivio di ricordi. Abbiamo celebrato i primi grandi talenti sbocciati nei vivai locali, ricordando giocatori del calibro di Meo Sacchetti, “Bubu” Cardinali, Enzo Pozzati, Claudio Legoratto e Alessandro Zorzolo. Angelo ci ha fatto rivivere le geniali intuizioni di maestri della panchina come Giorgio Lazzarini e ci ha ricordato l’impegno vitale di dirigenti in grado di fare la storia del nostro movimento, dalla instancabile signora Morganti a Paolo Zanicotti, passando per la storica triade del Basket Club Novara e Dionigi Negretti a Borgomanero.
In questa seconda e ultima parte, il racconto si fa se possibile ancora più vivace. Ripartiremo dalle inimitabili figure degli arbitri delle minors, capaci di gestire o accendere la tensione in campo con stili del tutto personali. Ritorneremo a sudare in palestre che somigliavano a catacombe, rivivremo le trasferte più lunghe e i derby carichi di nervosismo contro gli avversari più ostici del territorio. Sorrideremo con aneddoti surreali – tra allenatori dimenticati negli spogliatoi avversari e trionfali rientri in pizzeria – per poi chiudere con una riflessione lucida sulle differenze tra la fretta della pallacanestro moderna e quel basket di una volta, capace di creare un attaccamento viscerale e regalare amici per la vita.
Mettetevi comodi: il viaggio continua.
Sandro Garavaglia: e veniamo agli arbitri ed alle squadre simbolo che hai incrociato sui campi.
Angelo Cerina: certo gli arbitri, non si possono dimenticare, è grazie a loro che si può giocare. Ho nel cuore quelli delle minors. Paolo Gambaro detto “Polifemo”, che ci vedeva talmente poco che quando arrivava in palestra tutti capivano che non si sarebbe giocato e pensavano: “Ok, inizia la rissa”. Per cui, voglio dire, tutti i giocatori erano pronti ad andare in guerra anziché giocare a pallacanestro.
Negli anni successivi fecero la loro comparsa due figure che ci avrebbero accompagnato per oltre quarant’anni: l’inseparabile coppia formata da Massimo Scotti e Cosimo Di Maggio. Pur non avendo mai raggiunto i vertici nazionali ed essendo rimasti legati alle minors regionali, hanno letteralmente segnato un’epoca dell’arbitraggio. Le designazioni, alla fine, ricadevano quasi sempre su di loro perché erano sempre disponibili.
Ci conoscevamo talmente bene che le loro abitudini erano ormai un marchio di fabbrica. Scotti gestiva la tensione in campo e nell’intendo di placare gli animi muoveva lentamente la mano e ripeteva come un mantra “Sì, sì, calma, va tutto bene, va tutto bene”. Di Maggio, invece, aveva il vizio di voler spiegare il regolamento ai giocatori a gioco in corso, finendo regolarmente per mettersi in mezzo e intralciare l’azione.
Il loro legame con la pallacanestro non si è mai spezzato: Massimo, purtroppo, ha dovuto abbandonare i campi per seri problemi di salute, ma Cosimo, alla tenera età di settant’anni suonati, corre e arbitra ancora. Due personaggi davvero indimenticabili.
E ovviamente ricordo con grande affetto quelli che per me rimarranno sempre i “miniarbitri”, ovvero i gemelli Davide (che purtroppo ci ha lasciati troppo presto per un problema cardiaco) e Riccardo Martelli di Galliate.
Tra le squadre simbolo a livello locale, una che va assolutamente citata è il Rapid Novara. Anzi, credo proprio che questa società meriti una puntata dedicata della tua rubrica, Sandro. Non solo per il suo leggendario allenatore e per l’ambientazione surreale in cui giocava, ma anche perché vi militavano giocatori davvero particolari.
Questa squadra giocava praticamente sotto la chiesa del Sacro Cuore di Novara, all’interno di quella che noi chiamavamo una vera e propria “catacomba”. Per raggiungere la palestra bisognava scendere per circa venti metri nel sottosuolo, ritrovandosi ampiamente sotto il livello della chiesa. Oggi non ti permetterebbero mai di disputare una partita in un posto del genere: non c’erano le minime condizioni di sicurezza, mancava del tutto il ricambio d’aria, insomma, non c’era praticamente nulla. Quando si giocava lì sotto, complici lo sforzo e lo spazio angusto, si veniva sostanzialmente asfissiati dalla mancanza di ossigeno!
S.G.: Quali sono state le squadre per te più otiche da affrontare?
A.C.: Ma ti dirò, per quanto possa sembrare strano, la formazione più tosta che ci è capitato spesso di affrontare — e quasi sempre in sfide decisive come semifinali o finali — è stata la Pallacanestro Cuneo. Un incrocio che potrebbe apparire incredibile vista la distanza geografica tra le due località, ma che in realtà ha una spiegazione logica: entrambe le società avevano lavorato benissimo con i rispettivi vivai, e alla fine il lavoro paga sempre. Da questi continui faccia a faccia è nata inevitabilmente una sana rivalità… anche se, alla fin fine, abbiamo quasi sempre vinto noi!
Restando invece nel nostro territorio, c’era la mitica squadra del Rosmini Domodossola. All’epoca, per noi, rappresentava la trasferta più lunga con i suoi 110 chilometri di viaggio. Unendo la distanza, l’ambiente caldissimo che trovavamo in palestra e le caratteristiche molto tenaci degli avversari, quelle contro di loro si sono rivelate sfide impossibili da dimenticare.
Senza poi trascurare i vari e accesissimi derby contro il Rapid o il Galliate: partite cariche di un tale nervosismo che, spesso e volentieri, la tensione generale faceva sfociare la gara in vere e proprie mezze risse. Insomma, facendo un bilancio complessivo, queste erano senza dubbio le formazioni che noi ritenevamo gli avversari più ostici in assoluto da affrontare.
S.G.: C’è un episodio, un fatto o una situazione particolare che ricordi di quegli anni e che fa capire davvero che cosa fosse la pallacanestro di quel periodo?
A.C.: Di aneddoti ce ne sarebbero tantissimi, ma te ne racconto due in particolare. Il primo riguarda il già citato Giorgio Lazzarini, ai tempi in cui allenava il Rapid Novara. Dovevamo affrontarli a casa loro ed era forse una delle primissime volte, se non addirittura la prima in assoluto, che li incrociavamo. Arrivati in palestra, scoprimmo che l’arbitro designato per la gara era proprio lui: che era anche l’allenatore del Rapid! Come se non bastasse, non essendoci nessun altro in grado di farlo, Giorgio si occupò anche di compilare il referto. In sintesi, in quella partita fece l’arbitro, l’ufficiale di campo e, nel contempo, guidava i suoi giocatori. Ricoprì tre ruoli in uno e, alla fine, riuscirono pure a vincere la partita!
Il secondo aneddoto ci porta invece in trasferta sul campo dell’Oleggio. Vista la fortissima rivalità di quegli anni, fu una partita tosta e durissima per entrambe le squadre. Volarono botte da orbi, ma sempre nella massima correttezza e nel pieno rispetto della sportività. La gara finì con una nostra vittoria di pochissimo: ricordo uno scarto di forse due o tre punti, non di più. Grande festa negli spogliatoi, doccia veloce, e poi la decisione di andare tutti quanti a mangiare tornando a Trecate, alla mitica pizzeria Caruso.
Una volta arrivati nel locale, ci guardammo intorno e ci accorgemmo che mancava il nostro coach, Peppino Porzio. Tutti iniziarono a dire: “Ma è strano, dove sarà finito?!”. All’epoca, ovviamente, non c’erano i telefonini e non avevamo modo di comunicare tempestivamente. Alla fine, in qualche maniera, riuscì a farci recapitare un messaggio per dirci che l’avevamo abbandonato negli spogliatoi di Oleggio! Il coach (che aveva anche giocato quella partita) era talmente lento a farsi la doccia e a prepararsi che noi eravamo semplicemente partiti lasciandolo lì.
Temendo il classico “ratto delle sabine” da parte degli avversari, ripartimmo tutti quanti in massa verso Oleggio, lo recuperammo e tornammo poi trionfalmente in pizzeria. È un episodio che racconta perfettamente il nostro modo di essere e di fare basket tutti insieme. È una situazione bellissima da ricordare, perché fa emergere proprio tutta l’anima e lo spirito di gruppo che ci univa in quegli anni.
Come il primo aneddoto ci fa vedere come alla fine spesso ci si doveva in qualche modo arrangiare per poter giocare, e tu Sandro lo sai benissimo perché mi è capitato spesso vederti allenare, segnar ei punti e fare anche da cronometrista e nel mentre contestare gli arbitri, cosa per la quale eri famoso!!!!
S.G.: Angelo ti riconosci nella pallacanestro di oggi? Quali sono secondo te le differenze principali rispetto a quella di allora?
A.C.: Riconoscersi nella pallacanestro di oggi, per uno della mia età, è francamente difficile. Sono cambiati i regolamenti e ci sono state diverse innovazioni. L’abolizione del vincolo sportivo, ad esempio, ha spinto molte società, soprattutto quelle piccole, a lavorare sempre meno sul territorio. Manca il tempo e la voglia di costruire i giocatori: c’è una concorrenza tale per cui i ragazzi scappano verso realtà che al momento appaiono più brillanti ma che, a conti fatti, offrono la stessa identica sostanza.
Tutto questo sta purtroppo impoverendo i vivai. Si trascura la ricerca del gesto tecnico perché prevale la fretta, la smania di arrivare al risultato senza curare i fondamentali. Si tralascia così non solo la formazione sportiva del giovane, ma anche la sua crescita intellettiva e culturale.
È un aspetto molto negativo se paragonato ai nostri tempi, in cui c’era molta più pazienza. All’epoca si creava un legame autentico e un forte attaccamento ai colori sociali. Si faceva gruppo e si stava bene insieme, come in una vera famiglia. Non avevamo nulla se non le nostre amicizie, la voglia di fare squadra e di divertirsi, festeggiando uniti sia dopo le vittorie che dopo le sconfitte.
Quel modo di vivere lo sport ha segnato profondamente il mio carattere e il mio modo di essere. Ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, frequento i compagni con cui giocavo quando avevo vent’anni e restano tra i miei migliori amici. Ecco cos’era la pallacanestro di una volta: uno sport capace di regalarti amici per la vita.




