Bruce Hornsby è disposto a fare molte cose, unirsi ai Grateful Dead, scrivere un successo con Don Henley, fare da mentore alla squadra di basket dell’Università della Virginia ma la cocaina non l’ha mai toccata. In “Silhouette Shadows”, un brano di quasi sei minuti dal suo vivace nuovo album Indigo Park, il cantautore settantuenne raggiunge un raro stato di grazia: una melodia elaborata con cura che sembra improvvisata, testi che suonano a flusso di coscienza ma costruiscono qualcosa di sotterraneamente profondo. Tra le sue linee di pianoforte, ricorda di aver guardato Nixon dimettersi attraverso la finestra di qualcuno (“Per fortuna sono alto”), il disorientamento provato quando i suoi compagni di scuola festeggiarono per il giorno libero conseguente all’assassinio di Kennedy, e il viaggio emblematico per incontrare un “produttore importante” da cui rifiutò un’offerta di cocaina: “Ostracismo immediato”, canta con malinconia.

L’aneddoto non suona come un sermone, ma come una riflessione sulle strane zone di confine in cui Hornsby ha sempre trovato casa. I suoi primi due album impeccabili, The Way It Is del 1986 e Scenes From the Southside del 1988 sono più o meno sinonimi di ciò che oggi chiamiamo “adult contemporary”, eppure vederlo suonare quei successi dal vivo è capire quanto si sia ispirato a jazzisti visionari e viscerale come Keith Jarrett. E per un vincitore del Grammy come Best New Artist la cui presenza più visibile negli anni Novanta passò attraverso i sample hip-hop di 2Pac e E-40, pochi avrebbero immaginato quanto sarebbe diventato influente per headliner da festival del Duemila come Bon Iver e Haim, che figurano tra i suoi collaboratori in questa fase prolifica ed eccentrica della sua carriera.

È un periodo che ho definito “la Hornsbissaince”: il suo suono di tastiere vellutate e i suoi ritmi cadenzati da heartland sono stati abbracciati da generi e generazioni che un tempo lo avrebbero liquidato come roba degli anni Ottanta. Eppure, anche nella sua nuova veste di saggio e rispettato anziano, Hornsby resta irrequieto: si muove tra lavori di stampo classico contemporaneo con l’ensemble sperimentale yMusic e una trilogia di dischi solisti più accessibili, ricchi di ospiti, che attingono al suo lavoro per il cinema con Spike Lee. Con Indigo Park trova un equilibrio tra queste due anime recenti, costruendo una sorta di panoramica di tutta la carriera con materiale inedito, accompagnato da un elenco di ospiti che illustrano le sue innumerevoli e durature qualità. È il Hornsby classico: bizzarro e popolare insieme, più strano di quanto ci si aspetti ma confessionale e autobiografico come non mai.

Qualunque Hornsby cerchiate, lo troverete qui. Vi ha avvicinati al suo mondo tramite i suoi eredi indie millennials? Allora troverete Ezra Koenig nel nervoso e orecchiabile “Memory Palace”. Siete tra gli appassionati attratti dalle sue incursioni nell’esoterico? Divertitevi a trascrivere il quasi atonale “Alabama”, che interpola uno studio del compositore ungherese d’avanguardia György Ligeti. E per i fan della prima ora che ancora cercano la “Mandolin Rain” in ogni temporale estivo, accendete gli accendini per “Take a Light Strain”, una ballata pianistica che, con una produzione più levigata, si inserirebbe senza sforzo nei suoi album degli esordi. “Ecstatic”, con la storica amica e collaboratrice Bonnie Raitt, suggerisce addirittura che stia rivisitando le sue vecchie collaborazioni hip-hop. Come dimostra “Silhouette Shadows” la mia canzone preferita del disco e quella che sembra territorio più inesplorato il tono è nostalgico, punteggiato dai paesaggi del Sud della sua infanzia in Virginia e dalla prospettiva consumata di uno scrittore i cui amici, sempre più spesso, sembrano venire a trovarlo solo per salutarlo per l’ultima volta.

Alcuni di quegli amici sono qui con lui. In “Might As Well Be Me, Florinda” ascoltiamo i testi postumi del compositore dei Grateful Dead Robert Hunter e una strofa del compianto Bob Weir in uno dei suoi ultimi lavori in studio. La voce di Weir, ritoccata digitalmente per adattarsi al ritmo sincopato e restare intonata, ha una qualità perturbante che è quasi certamente involontaria, tanto più straniante considerando quanto la bellezza dei Dead risiedesse nelle loro imperfezioni umane. Ma poi arriva Blake Mills con uno dei suoi assoli di chitarra più emozionanti e ispirati: un contributo mozzafiato che ridà energia alla traccia e all’intera seconda metà del disco. Ancora più commovente, porta con sé esattamente quel tipo di anima che Jerry Garcia un tempo portava nei dischi di Hornsby negli anni Novanta. Ed è qui che lo ritroviamo, ancora una volta, nella sua posizione più naturale: uno spirito solitario che deriva attraverso il tempo, capace di unire le persone e di tirare fuori il meglio da ciascuna, trovando la strana risoluzione in tutta la dissonanza. In fondo, non esiste sballo più grande.

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