La notte di Giacomo -1642
Era una notte di luna piena nei fossi a sud del paese. Giacomo tornava a casa dopo aver pescato delle rane: la pesca era stata buona, ma aveva fatto tardi.
Il sentiero che portava verso Trecate correva vicino al muro di cinta del cimitero della chiesa di San Bernardo, e quella era la prima volta che passava di lì di notte.
Mentre camminava svelto, il sacco con le rane gli batteva contro la gamba, e nella mano stringeva la lanterna che proiettava una luce tremolante sulla terra battuta.
Ogni tanto si voltava, come se qualcuno lo seguisse, ma dietro di lui c’erano solo le ombre e il respiro del vento tra gli alberi.
Con il buio, pensava, potevano apparire masche o esseri diabolici, e una paura sottile gli serpeggiava dentro.
Tutto a un tratto si accorse del silenzio irreale. Il cuore prese a battergli forte. Gli sovvenne che oltre la cinta c’era il cimitero… e un brivido gli percorse la schiena.
Forse aveva sbagliato a scegliere quel sentiero.
La fiamma della lanterna vacillò, quando Giacomo si accorse che le nubi avevano completamente oscurato la luna — non era un bel presagio.
Provò a camminare più in fretta, ma il terrore lo colse all’improvviso. Inciampò nell’erba alta, rovinò a terra e perse la lanterna e il sacco delle rane.
La fiamma si spense, e rimase completamente al buio.
Si rialzò tremando, il fiato corto. Per farsi coraggio, disse ad alta voce: «Che ore sono?»
La sua voce non si perse nel nulla. Dall’altro lato della cinta una voce rispose: «L’una di notte.»
Giacomo impallidì. Quella voce proveniva dal cimitero. Non si era sbagliato: oscure forze che non comprendeva stavano agendo.
Il terrore aumentò, e si trovò istintivamente a pregare: «San Michele… San Michele, proteggimi!»
Sì, forse San Michele Arcangelo lo avrebbe potuto salvare.
L’aria si fece più fredda. Dal cimitero udì un colpo sordo, poi tutto cominciò a girare, e cadde nel buio.
Sentì un forte dolore. Forse era quello l’inferno. No… uno come lui non sarebbe potuto andare in paradiso.
Si pentì — tardi, troppo tardi — di quei sabati in osteria, di quelle occhiate alle ragazze del borgo.
Non aveva fatto nulla, ma anche solo guardare era peccato.
Vide di nuovo la luna. Era sdraiato, e sentiva il corpo muoversi, come trascinato da una forza invisibile.
Forse non era ancora arrivato. Sì… era Caronte, che ancora lo stava traghettando.
Per dove? Non lo sapeva. La paura cresceva, divorandogli il respiro.
Poi, una voce. «Giacomo, come stai? Sei svenuto!»
Una voce umana, spezzata dall’affanno. «Ero io, il Giuseppe, il becchino… Ti ho risposto quando hai chiesto l’ora, poi non ti ho sentito più.
Son riuscito a fare il giro della cinta e ti ho trovato per terra… ti sto portando a casa con il carretto.»
Giacomo cercò di parlare, ma le parole non uscivano. Guardò il cielo: la luna era tornata limpida, ferma sopra il muro del cimitero.
Poi chiuse gli occhi, e il silenzio lo avvolse di nuovo.
Quando li riaprì, era davanti alla sua porta. Tornò a casa con i brividi di paura, ma con la sicurezza che San Michele Arcangelo lo avesse salvato.
