Ok, partiamo da un dato: sono tredici anni che conviviamo con Ed e Lorraine Warren al cinema. Tredici anni di case infestate, specchi maledetti e bambole che non dovrebbero esistere in nessuna casa sana. E ora la saga chiude. Davvero, stavolta.

La cosa che stupisce di più, entrando in sala con le aspettative tarate sul “solito Conjuring”, è che questo film non è il solito Conjuring. Certo, sulla carta gli ingredienti ci sono tutti: famiglia tormentata, escalation paranormale, i due demonologi che arrivano a salvare la situazione. Ma è tutta scena. Il vero centro del film non è la casa infestata, è la coppia che la indaga.

Ed e Lorraine qui non sono più gli eroi infallibili dei primi capitoli. Sono due persone che invecchiano, che si guardano allo specchio (letteralmente, è un tema ricorrente) e fanno i conti con la propria fragilità. Il nemico non è più solo il demone di turno: è il tempo, è la paura di non farcela più, è il pensiero di lasciare l’altro da solo.

E qui arriva il motivo per cui il film funziona nonostante tutto: Patrick Wilson e Vera Farmiga. Dopo dieci film insieme hanno una chimica che non si può inventare, e la usano bene, reggono anche i passaggi più di routine della sceneggiatura, quelli in cui il film torna a fare “l’horror di genere” perché in qualche modo deve pur farlo.

Ed è proprio lì, quando prova a rispettare i canoni classici, che il film mostra la corda: qualche jump scare si vede arrivare da lontano, qualche sequenza di tensione sembra messa lì per dovere più che per convinzione.

Ma non è quello il punto del film, ed è giusto dirlo chiaro: non è il capitolo più spaventoso della saga, e non vuole esserlo. È quello con più cuore. Un finale malinconico, intimo, che chiude con rispetto una delle coppie più riconoscibili dell’horror moderno.

Promosso. Non il Conjuring che ricorderete per la paura, ma quello che ricorderete per come si chiude.

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