C’è una verità non scritta che vale per ogni impresa umana, ma che nello sport dilettantistico diventa un comandamento scolpito sul marmo: le strutture, i tabelloni, i trofei e persino i bilanci contano fino a un certo punto. A fare la differenza, a tenere accesa la luce quando fuori piove e dentro fa freddo, sono solo e soltanto le Persone. Quelle con la “P” maiuscola. Senza di loro, qualsiasi progetto o iniziativa è destinata a spegnersi prima ancora di nascere.
Quest’anno il Basket Club Trecate taglia il traguardo dei suoi primi 30 anni. Trent’anni di fatiche, di palazzetti infuocati, di generazioni passate sotto le retine, di una cavalcata straordinaria che ci ha portato perfino a respirare l’aria nobile della Serie B Nazionale. Ma non dimentichiamolo mai: a discapito dei numeri, dei successi e della marea di atleti che ha vestito questi colori, il BCT è e rimane nella sua anima più vera una piccola società di paese. Una realtà artigianale, nel senso più nobile del termine, che vive, respira e si alimenta della passione dei singoli.
E se dobbiamo chiederci perché questa macchina non si è mai fermata, la risposta ha due nomi, due volti e quasi sessant’anni di battaglie sui campi: Angelo Cerina e Pasquale Costa.
Loro due nel nostro mondo non sono semplicemente passati: ci sono sempre stati. Sempre presenti, sempre essenziali, con ruoli diversi ma con la stessa granitica devozione. Senza nulla togliere a chi ha scritto pagine immense di questa società — a partire dal grande Presidente Giovanni e dai tanti dirigenti che hanno speso tempo e anima — Angelo e Pasquale sono stati, e sono a tutti gli effetti, i nostri due Capi Famiglia.
Angelo: il basket come vita e i ragazzi come figli
Angelo Cerina per la pallacanestro ha dato tutto. Ma soprattutto, ha dato tutto ai suoi atleti. Per lui quei ragazzi in canotta non sono mai stati numeri da referto o schemi su una lavagnetta: li ha sempre considerati, nel profondo, come veri e propri figli. È stato il mentore, il confessore, l’appoggio saldo nei momenti bui; per chiunque sia passato sotto le sue mani, Angelo è diventato un parente stretto, oscillando tra la figura del fratello maggiore e quella di un padre severo ma protettivo.
Ancora di recente mi ha ringraziato per averlo “ingaggiato” nel lontano 1984 — sono passati quarantadue anni, fa quasi impressione scriverlo — per prendere in mano il gruppo dei ragazzi del ’71 a Cerano. Un legame nato allora che non si è mai allentato, rimasto speciale intatto fino a oggi.
E poi, la cultura cestistica. Quella vera, fatta di fiuto, malizia ed etica del lavoro. Chi se la scorda quella partita in cui tutti si aspettavano il raddoppio sistematico su Nunzio Pezzetta, il loro bomber designato, la bocca da fuoco immarcabile? Angelo fece una mossa da maestro: prese il nostro miglior difensore, Dino Massignani, e gli ordinò di azzannare le caviglie del loro playmaker a tutto campo. Risultato? Pezzetta chiuse con una manciata di punti. Non perché non sapesse tirare, ma perché la palla, in modo pulito, dalle sue parti non arrivò semplicemente mai. Questo era, ed è, Angelo: capire il gioco prima che il gioco accada.
Pasquale: poche parole, epiche botte e sentenze inappellabili
E cosa possiamo dire di Pasquale? La prima cosa che salta all’occhio di chi lo conosce sul serio è disarmante nella sua semplicità: ha sempre ragione lui.
Da buon calabrese verace, Pasquale si è sempre fatto notare per il silenzio e per i fatti. Non ama i discorsi di circostanza, non perde tempo a spiegare l’ovvio. Ma quando apre bocca, statene certi, quella che pronuncia è una sentenza. E puntualmente ci azzecca.
In campo era spigoloso, duro, tosto come pochi. Rivedo ancora, con un pizzico di nostalgia e un brivido lungo la schiena, gli epici scontri — per non chiamarle botte da orbi — tra lui e Maurizio Polato nei caldissimi derby tra Trecate e Cerano di fine anni Sessanta. Pallacanestro d’altri tempi, ruvida e leale. Poi Pasquale ha smesso la canotta ma non ha mai lasciato il parquet: ha allenato, ha gestito le palestre, ha sistemato reti, palloni, referti e burocrazia. C’è stato per tutto e per tutti, colonna portante della logistica e della vita quotidiana.
E poi, c’è il terzo tempo. Che per noi significava la sua leggendaria pasta al forno post-partita, consumata tra risate stanche mentre il buon Boschetti intonava a squarciagola “Attenti al gorilla”. Scene di un basket che cementava gli uomini prima ancora che i tabellini.
Avevamo pensato di metterli a sedere attorno a un tavolo, con un taccuino e una lista di domande formali. Ma con gente come Angelo e Pasquale le interviste preconfezionate lasciano il tempo che trovano. La loro storia non ha bisogno di convenevoli, perché parla da sola nei ricordi di chiunque abbia allacciato le scarpe in questa terra.
Considerate queste righe come il ponte ideale tra la memoria dei trent’anni del nostro BCT e il futuro che vogliamo continuare a raccontare.
Proprio da qui ripartiamo: dalle prossime settimane prenderà ufficialmente il via la mia nuova rubrica, “Punti e Spunti del Sandrone”. E per inaugurarla nel modo più giusto, non potevano che esserci loro: Angelo Cerina e Pasquale Costa. Mettetevi comodi, perché di cose da raccontare ne abbiamo ancora tantissime.





