(Trecate,XVIII secolo)
La carestia quell’inverno aveva piegato Trecate come un ramo sotto il ghiaccio. Le campagne erano nude, i granai vuoti, e nei tuguri si sentivano pianti di bambini che la fame aveva reso muti e febbricitanti.
Maria, vedova da pochi mesi, si aggirava per il paese come un’ombra. I suoi occhi, un tempo vivi, erano ora pozzi scuri. Le due figlie, Lucia e Caterina, non parlavano più da giorni: solo un rantolo debole, simile a un respiro spezzato, usciva dalle loro bocche.
Quella sera, il vento soffiava dal Ticino, gelido e cattivo. In lontananza, si scorgeva il monastero delle suore,. Da poco era morta una giovane monaca, suor Agnese, nota per la sua carità e la sua voce dolce durante i vespri.
Maria aspettava quel momento. Si avvolse in uno scialle logoro, prese un coltello da cucina e, senza voltarsi verso le figlie, sussurrò:
— Perdonami, Signore, ma non voglio vederle morire.
Attraversò i campi, guidata solo dal chiarore lunare. Il portone del monastero era chiuso, ma un piccolo spiraglio nella porta laterale le permise di intrufolarsi nel chiostro. Lì, in una cappellina la bara di suor Agnese giaceva scoperta: una figura serena, le mani giunte, il volto cereo illuminato da una candela che vacillava.
Maria tremava. Si avvicinò, mormorando un’Ave Maria, ma la voce le si spezzò in gola. Poi, con un colpo secco, tagliò la gamba sinistra della monaca. Il sangue non uscì, ma un odore dolciastro, come di cera bruciata, invase la stanza.
Corse via, stringendo il lembo d’arto avvolto nello scialle. Nessuno la vide tornare a casa.
Le bambine mangiarono in silenzio. La carne era dura, ma la fame non conosceva disgusto. Poi si misero a dormire vicino al fuoco, mentre Maria rimaneva sveglia, lo sguardo fisso sulla porta, il cuore che batteva a colpi sordi.
Fuori, le campane cominciarono a scandire la mezzanotte.
Uno… due… tre…
Al dodicesimo rintocco, un rumore lento, trascinato, risuonò nel cortile.
Tac… tac… trasc… tac…
Qualcuno stava camminando… zoppicando.
Dalla fessura della porta, Maria vide un’ombra sottile, velata, che avanzava nella neve. Bussò piano, tre colpi secchi.
— Ridammi la mia gamba… — sussurrò una voce cavernosa, come venuta da un pozzo profondo.
Il lume tremò e si spense.
Al mattino, le bambine si svegliarono infreddolite. Chiamarono la madre, ma lei non rispose. Era riversa accanto al focolare, il volto contratto in un’espressione di puro terrore. E al posto della sua gamba sinistra… solo una macchia scura sul pavimento, come se la carne fosse stata portata via.
Da allora, nel cimitero di Trecate si raccontava che fosse apparsa una statua nuova: una monaca di pietra nera, il volto sofferente. I vecchi dicevano che nelle notti di vento la si vedeva muoversi appena.
Ai bambini, invece, le madri dicevano piano:
— Fai il bravo, o verrà la monaca a prenderti la gamba…
E il vento, passando tra le croci, sembrava davvero ripetere quel lamento:
Ridammi… la mia… gamba…

