Trecate, ai primi del Novecento, era ancora un piccolo borgo.
I mesi invernali erano freddi e spesso avvolti dalla nebbia, che si stendeva bassa sulle risaie e sulle cascine. Le strade erano fangose, illuminate appena da qualche lume tremolante, e il silenzio della campagna si spezzava solo per il verso lontano di un cane o il rumore di un carro che passava.
Comunque, non si arrestava il lavoro nei campi né la cura degli animali: la vita scorreva dura, scandita dalle stagioni e dal ritmo delle campane.
Giuseppe aveva bevuto un bicchiere di troppo e, per schiarirsi le idee, decise di fare due passi nella notte umida. L’aria sapeva di terra bagnata e di fumo lontano. Camminava a passo lento, col bavero alzato, quando notò una figura ai margini della strada.
Era una donna, vestita di nero, il volto diafano come cera. Il velo le copriva parzialmente il capo, ma il pallore del viso bastava per farlo sobbalzare. Aveva gli occhi sbarrati e, quando la luce tremolante di un lampione la colpì, Giuseppe intravide i denti giallastri e, dietro, una lingua monca, come tagliata di netto.
Un gelo improvviso gli percorse la schiena.
La monaca non parlava, ma agitava le mani come per implorarlo — o per costringerlo — a seguirla. Giuseppe, confuso e impaurito, fece un passo indietro, ma quella figura sembrava muoversi senza toccare il suolo, arretrando lentamente lungo la strada.
Giuseppe si ricordò tutto d’un tratto le vecchie storie della nonna…
Si narrava che una monaca pallida — la munga mufia, come la chiamavano i vecchi del paese — girasse di notte per rapire i bambini. Da grande ci aveva riso su, ma ora… quella leggenda gli tornava alla mente come un colpo di vento freddo.
La figura svoltò verso la campagna, seguendo la strada che correva parallela alla roggia verso la Cascina Incasate. Giuseppe, incapace di resistere a quella forza misteriosa, la seguì. Lontano, il rumore dell’acqua si mescolava al fruscio del vento tra gli alberi.
Giuseppe si stava chiedendo se la monaca non stesse rapendo pure lui. Dove lo stava portando? E perché? Ogni passo lo avvicinava a un’oscurità più densa, dove perfino il suono dei propri passi sembrava svanire. Sentiva la gola secca, il cuore battere forte, e per un istante gli parve che la figura si voltasse a guardarlo con occhi colmi di un’angoscia antica, quasi umana.
Lo obbligò a seguirla in un boschetto e gli indicò, tra l’erba alta, un ragazzo ferito, forse dai banditi.
Giuseppe si chinò su di lui: respirava a fatica, aveva il volto tumefatto e la giacca strappata. Si guardò intorno e vide la monaca che indicava dell’erba. La riconobbe subito: serviva per lenire il dolore e calmare le infezioni. Ma come faceva lei a sapere che lui era competente in medicina?
Dopo aver prestato i primi soccorsi alzò il capo. La monaca non c’era più.
Tornò in paese e reclutò alcune persone per riportare il ragazzo a casa. Prima di raggiungerlo, gli sembrò che il ragazzo non fosse solo, ma che un’ombra lo accompagnasse, svanendo all’istante.
“Una grossa fortuna averlo trovato… in questo bosco fuori dal sentiero e con questa nebbia…” disse uno dei soccorritori rivolgendosi a Giuseppe.
Lui abbassò lo sguardo. Non aveva voglia di parlarne.
Il ragazzo soffrì di febbre alta per parecchi giorni, ma si riprese. Nel delirio parlava di una suora che lo avrebbe vegliato tutto il tempo. Dopo una settimana raccontò di essere stato picchiato e derubato mentre tornava a casa dal lavoro nei campi da quattro o cinque persone. Alla fine era stato fortunato: svenuto, con una caviglia slogata e una spalla rotta, sarebbe probabilmente morto in quel boschetto per il freddo, se nessuno lo avesse trovato.
“Tu non me la racconti giusta… Ti conosco,” disse padre Antonio, guardando Giuseppe con aria severa.
Il sacerdote lo conosceva da quando era bambino, e non poteva essere ingannato.
“Spiegami un po’… Tu l’hai vista, vero? Lei ti ha portato…”
“Lei chi?” rispose Giuseppe, esitante.
“Giuseppe…”
A quel punto cedette. “Sembra incredibile ma… una suora mi ha portato fino lì.”
“Maria Teresa…” pronunciò padre Antonio quasi a mezza voce.
Tutto a un tratto Giuseppe si ricordò del medaglione che la suora portava, inciso con le iniziali M.T., insieme a una croce consunta dal tempo.
“Padre, voi sapete…”
“Sì… Sai che ho sempre studiato le vicende della santa — per quello che si può definire — inquisizione.
Tra tutti i fatti più orrendi — che Dio ci perdoni — mi aveva colpito il processo a una suora, Maria Teresa per l’appunto. La sua colpa? Aver nascosto e salvato i bambini delle presunte streghe durante il periodo più cruento della caccia. Le fu tagliata la lingua per non potersi difendere e, si dice, vittima di un incantesimo oscuro lanciato per punizione.
Purtroppo anche la Chiesa ha avuto i suoi periodi bui… Ho raccolto notizie: anni fa si diceva che una figura si aggirasse per le parti di via Verdi, non tanto nelle ore notturne quanto alla sera. Io credo che non volesse rapire i bambini, ma proteggerli da qualche pericolo. La paura li teneva in casa.
E questo conferma la mia teoria.
Ora è riuscita, tramite te, a salvare una vita. Penso che finalmente si sia liberata… e nessuno la vedrà mai più.”

