C’è un attimo, nel calcio, che non ha bisogno del risultato per restare. Domenica sera, minuto 31 del primo tempo, Novara sotto di un gol contro la Pergolettese: Diego Zuppel si stacca da terra, il corpo si rovescia all’indietro, il pallone gli passa sopra la testa in una traiettoria che per una frazione di secondo sembra avere un destino. Non è entrata. Il portiere della Pergolettese si è disteso e l’ha respinta, ma il pubblico ha trattenuto il fiato lo stesso, e poi lo ha lasciato andare in un applauso che non era di consolazione, ma di riconoscenza. Perché certe cose, anche neutralizzate, restano.
Io quella traiettoria l’ho già vista. Non in questi anni, ma dentro una memoria che a quarantasei anni di distanza non ha perso un fotogramma. Si chiamava Pierangelo Basili, vestiva l’azzurro del Novara tra il 1978 e il 1980, in una Serie C1 che oggi sembra un mondo di un altro pianeta: 98 presenze e 25 goal complessivi, una firma che tornava puntuale ogni domenica come un rito. Basili la rovesciata non la tentava per caso. Era il suo modo di stare in campo, l’istinto di un attaccante che non si accontentava del gol semplice quando poteva regalarne uno che restasse impresso. Ci provava quasi ogni partita, spesso senza riuscirci, e nessuno gliene faceva una colpa: si capiva che era la sua natura, non un vezzo.
Zuppel, classe 2002, è un altro calcio, un altro secolo quasi. Eppure quel gesto – il corpo che si inarca contro la fisica, la testa che cerca il pallone rovesciando ogni logica dell’equilibrio – non ha età anagrafica. È un linguaggio che si tramanda senza manuale, che non si insegna nei settori giovanili con la stessa cura con cui si insegna il controllo orientato o il movimento senza palla. La rovesciata la senti, o non ce l’hai. E se ce l’hai, prima o poi esce, magari proprio quando la squadra è sotto di un gol e servirebbe il gol vero, quello che vale tre punti, non l’applauso.
È qui che i due attaccanti si toccano, al di là del tempo che li separa. Non nel risultato – Basili qualche rovesciata l’avrà pure trasformata in gol, Zuppel domenica no – ma nell’istinto che li muove. Quello di chi vede il campo non come una sequenza di calcoli, ma come uno spazio dove ogni tanto si può osare qualcosa di inutile e bellissimo insieme. Il calcio moderno, con i suoi dati, le sue mappe di calore, i suoi allenatori che chiedono razionalità in ogni giocata, ha reso quel gesto quasi un’eccentricità. Eppure continua a spuntare, imprevedibile come un lampo d’estate, a ricordarci che sotto la tattica c’è ancora un corpo che vuole stupire.
Non so se Zuppel conosca il nome di Basili. Probabilmente no, e va bene così: la memoria di un tifoso non ha l’obbligo di essere condivisa per essere vera. Ma io, guardando quella rovesciata morire tra le braccia del portiere, ho sentito la stessa scossa di allora, lo stesso battito che si ferma un istante prima di ripartire. È il privilegio di chi il campo lo frequenta da una vita: vedere nei nuovi i gesti dei vecchi, e capire che il filo che lega un ragazzo del 2002 a un attaccante degli anni Settanta non è fatto di statistiche, ma di quello stesso istinto che nessuna epoca è mai riuscita a insegnare davvero.
Il gol non c’è stato. Il gesto sì. E in fondo, per chi ama questo sport da sempre, a volte basta questo.

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