Cosa resterà di questi anni 80, si domandava Raf in una celebre canzone, fermo restando che una cesura storica avvenne il 9 novembre 1989, quando il Muro di Berlino metaforicamente cadde, aprendo i varchi per il passaggio da est a ovest. Un mondo non più bipolare s’apprestava a vivere un nuovo decennio, inaugurato dai Mondiali di calcio di Italia 90, per proseguire con i Giochi invernali 1992, nella francese Albertville in Alta Savoia; un nome beneaugurante, pensando al campionissimo Tomba, proprio quando nel Belpaese deflagrò l’inchiesta giudiziaria sulla corruzione nella Pubblica Amministrazione, denominata Mani Pulite. Uno scandalo di proporzioni abnormi, che avrebbe inglobato nomi più che illustri della vita pubblica, ma intanto il proscenio andava alle Olimpiadi, e soprattutto al fenomenale felsineo; dall’8 al 23 febbraio si tennero infatti i XVI Giochi sulla neve, in sinergia a una novità spiazzante: ovvero, gli ultimi a disputarsi nel medesimo anno di quelli estivi, in quel ’92 a Barcellona, venendo poi collocati a metà del quadriennio canonico delle consorelle maggiori, vale a dire 1994, 1998 e così via. Un cartellone agonistico sempre più ricco, con l’aggiunta del curling come disciplina dimostrativa, per un medagliere che arrise alla Germania finalmente unificata, dopo i travagli tedeschi del biennio 89/90, che si aggiudicò 10 ori, 10 argenti e 6 bronzi, davanti alla Comunità Stati Indipendenti (Csi), lascito della disgregazione dell’Urss, con bandiera e inno olimpico, suonato 9 volte (più 6 a. e 8 b.). Da sottolineare. l’incredibile performance del fondista norvgese Vegard Ulvang, dominatore nelle varie distanze e tecniche di sciata, con 3 ori e un argento; d’analogo risalto il responso ottenuto dalla collega cuneese Stefania Belmondo, alias “Trapulin” per la ridotta statura, la quale esaltò i conterranei piemontesi (e non solo), sfoderando un portentoso trittico: un oro, un argento e ovviamente un bronzo, poi riconfermato nel 2002. Di certo non tralasciamo la star più attesa e celebrata, quel traino popolare di nome Alberto Tomba, che in slalom si piazzò “soltanto” 2°, lasciando un pò d’oggettivo amaro in bocca alle vagonate di fan, mentre nel gigante non fece sconti a nessuno, diventando il primissimo sciatore a primeggiare in due occasioni successive, nella medesima specialità olimpica.

Tricolori al vento per le imprese della “Bomba”, in grado di regalare gioia e orgoglio a milioni di connazionali, in un periodo storico complesso e di transizione, fra attentati mafiosi, corruzione dilagante e lo sgretolamento dei partiti tradizionali, alla vigilia di Lillehammer 1994, in Norvegia. Le XVII Olimpiadi nevose, dal 12 al 27 febbraio, si rivelarono altresì sensazionali per i colori azzurri, dato che la spedizione italica s’issò al 4° posto assoluto nel medagliere, all’insegna di 7 ori, 5 argenti e 8 bronzi, in scia a Russia, Norvegia e Germania, rispettivamente con 11, 10 e 9 allori aurei; nel computo dei successi dei nostri colori, lo stratosferico stato di forma di Manuela Di Centa, la fondista friulana sul podio in tutte le cinque gare in calendario cui partecipò, conquistando due primi posti, nella 15 e 30 km, due secondi e un terzo. Un filotto meraviglioso, corroborato dal tripudio nella 4 x 10 Km maschile (De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner), che batterono nel rush finale lo squadrone di casa, di fronte a oltre centomila tifosi ammutoliti; i norvegesi si rifecero comunque su altre distanze, oltre a esaltarsi per le prove del pattinatore Johann Koss, tricampione con altrettanti record mondiali, mentre la sciatrice svizzera Vreni Schneider piazzò una fantastica tripletta: oro in slalom, argento in combinata e bronzo in gigante, che arrise alla nostra Deborah Compagnoni, campionessa uscente in SuperG, invece Albertone Tomba dovette accontentarsi della piazza d’onore nello speciale. Mancò certamente la stoccata del fuoriclasse, ma l’impatto sulla gente si rivelò grandioso, tanto che lo storico inviato Rai Giampiero Galeazzi sentenziò: “In Italia siamo tutti sciatori e sport invernali!” (sic), ma intanto stava preparando la “discesa in campo” il tycoon e patron milanista Silvio Berlusconi, e nulla sarebbe stato più come prima. (8 – continua).

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