Un’Italia a vocazione maggioritaria quella di fine millennio, nonchè polarizzata fra le due coalizioni principali di centro dx e centro sx, s’accingeva a tuffarsi in una nuova avventura olimpica invernale, dopo la sbornia d’allori e consensi di Atlanta ’96, quei Giochi che incoronarono fra gli altri il ginnasta Juri Chechi quale … “Signore degli anelli”. Gli ultimi fuochi agonistici di Alberto Tomba, desideroso di mostrare ancora la sua classe miscelata a sovrumana potenza, sulle nevi della nipponica Nagano, cuore dell’edizione 1998. Dal 7 al 22 febbraio, la passerella dei migliori (e tantissimi) atleti presenti alle XVIII Olimpiadi nevose, caratterizzate da condizioni meteo spesso al limite, e dal debutto ufficiale di curling e snowboard, dove l’italiano Tommy Prugger acciuffò un argento, alle spalle del canadese Ross Rabagliati. Un cartellone composito, enorme e multiforme, che premiò la Germania regina, sull’onda dei 12 ori, più 9 argenti e 8 bronzi; a ridosso la sempreverde Norvegia, che arrivò a 10 titoli, di cui tre a firma del mitico fondista Bjorn Daehlie, il quale aggiornò il proprio palmares a 12 podi complessivi, di cui 8 dorati, diventando l’atleta più medagliato dei Giochi d’inverno. Pupillo di casa il saltatore Kazuyoshi Funaki, che ottenendo da tutti i giudici il punteggio massimo per lo stile dal trampolino K120, non ebbe concorrenti nella corsa all’oro, cui aggiunse un altro titolo nella gara a squadre, e una piazza d’onore nel K90. Dai tracciati dello sci alpino, un superlativo Hermann Maier, portacolori austriaco, trionfò in gigante e in SuperG, qualche giorno dopo una terrificante caduta in libera, altresì la nostra Deborah Compagnoni, con il suggello nello slalom gigante, divenne la prima sciatrice in assoluto a conquistare tre successi in altrettante Olimpiadi consecutive; lampi della campionessa valtellinese, a qualche palpito dal Terzo Millennio e dall’entrata in vigore dell’Euro, la nuova divisa monetaria continentale, che nel Belpaese avrebbe rimpiazzato la dimessa Lira.
Un Duemila sbocciato nel segno della speranza ma pure della violenza, come i sanguinosi fatti correlati al G8 di Genova, nell’estate 2001, mentre la carovana olimpica invernale si trasferì a Salt Lake City, fra l’8 e il 24 febbraio 2002, nel cuore di quell’America trafitta dagli attentati terroristici dell’11 settembre. I Cinque Cerchi nevosi per la quarta volta planarono negli Usa, dopo Lake Placid (1932 e 80) e Squaw Valley (1960), sfoderando un campo gare vasto e ricco, all’interno del quale norvegesi e tedeschi recitarono la parte del leone, aggiudicandosi rispettivamente 13 e 12 ori, contornati da metalli meno nobili (5 e 7 per gli scandinavi, e 16 e 8 per i teutonici), e lo squadrone statunitense mestamente 3° (10 – 13 – 11). L’outsider elevetico Simon Ammann, a digiuno di vittorie, s’impose sia nel trampolino K90 che nel K120, centrando un’ambata dorata da sballo, invece un poker d’egual tonalità se lo assicurò il norvegese Ole Bjorndalen, nelle diverse competizioni del biathlon. Pure la sciatrice croata Janica Kostelic salì in 4 circostanze sul podio, dall’alto di tre allori e una piazza d’onore, mentre nello short track la fortuna arrise all’australiano Steven Bradbury, oro per via delle cadute di tutti gli avversari. Pure Daniela Ceccarelli, tutt’altro che favorita, trionfò in SuperG davanti alla Kostelic, a differenza dello slittinista altoatesino Armin Zoeggeler, che confermò gli ottimistici pronostici. Squilli di tromba anche per la nostra fondista Stefania Belmondo, che alla stregua del ’92 si fregiò di un oro, un argento e un bronzo, per un computo totale di 10 medaglie olimpiche; un autentico portento l’atleta piemontese, portabandiera della regione che avrebbe organizzato l’edizione successiva: Torino 2006, quasi mezzo secolo dopo la leggendaria kermesse di Roma 1960. (9 – continua).

