Per una band cresciuta tra registrazioni casalinghe e sessioni improvvisate in seminterrato, passare a un disco registrato davvero in studio è sempre un momento delicato. I cootie catcher, quartetto indie-pop di Toronto, affrontano questo passaggio con Something We All Got, un album che prova a rendere il suono più pulito senza rinunciare del tutto alla spontaneità delle loro origini.
Le canzoni del disco sono attraversate da una sensazione di movimento continuo. I protagonisti si addormentano in metropolitana, viaggiano in bicicletta o guidano dentro i propri sogni: sono sempre in transito verso qualcosa di più familiare o più eccitante. È la stessa inquietudine che caratterizza la musica della band fin dalle prime uscite del 2021.
Il gruppo si muove nella scena definita “laptop twee”, dove l’indie lo-fi dei primi Duemila incontra l’estetica digitale dell’hyperpop. Anche il loro album precedente, Shy at First (2025), funzionava così: un collage fitto di idee e deviazioni sonore, vicino alla libertà creativa di dischi come quelli degli Unicorns o degli Animal Collective.
Con S.W.A.G., registrato pochi mesi dopo quelle sessioni domestiche, la band cambia leggermente direzione. La qualità di registrazione è più nitida, le chitarre diventano più centrali e le canzoni seguono strutture più riconoscibili. Restano però alcuni tratti tipici del gruppo, come i suoni di batteria volutamente kitsch e i synth acuti che attraversano i brani.
Il nuovo assetto funziona soprattutto nelle tracce più energiche. “From Here to Halifax” si sviluppa come un crescendo continuo, mentre “Quarter Note Rock” corre veloce fino a un assolo di batteria che ne sottolinea lo spirito giocoso. Anche con una produzione più pulita, i cootie catcher mantengono il gusto per il piccolo incidente sonoro: nel bridge di “No Biggie”, ad esempio, la chitarra viene compressa fino a sembrare uscita dagli altoparlanti di un Nintendo DS.
La maggiore chiarezza del suono, però, rende più evidenti anche i brani meno sviluppati. “Lyfestyle” introduce idee interessanti – vocali manipolate e un synth quasi da videogioco – ma la struttura minimalista non riesce a lasciare un vero impatto emotivo.
Nel complesso Something We All Got sembra una fase di transizione. Se Shy at First rappresentava il lato più spontaneo e caotico della band, qui i cootie catcher si avvicinano a una forma-canzone più tradizionale. L’identità non è ancora del tutto definita, ma i ritornelli e le intuizioni sonore restano abbastanza forti da far pensare che il gruppo stia semplicemente preparando il terreno per qualcosa di più ambizioso.
