Trecate, molti anni fa, era un paese di strade sterrate e lampioni tremolanti, quando la sera scendeva in fretta e la nebbia delle risaie saliva a velare ogni cosa. 

D’estate i bambini giocavano fino a tardi, correndo tra i cortili e i fossi, le ginocchia sporche di terra e i vestiti impolverati. Ma quando il sole cominciava a calare dietro le cascine, le madri li chiamavano a gran voce, con un’ombra d’ansia nella voce. 

Perché al calar del sole, dicevano, *tornavano gli zoccoletti fantasma*. 

All’inizio era solo un rumore: uno scalpiccio leggero, come di piccoli passi nudi che battevano il selciato. Poi un tintinnio secco, come legno contro pietra. 

Tac-tac. Tac-tac. 

I bambini più audaci restavano a giocare fingendo di non avere paura. Ma presto, quando il cielo diventava color cenere e la nebbia saliva dai canali, quel ritmo si avvicinava. 

Tac-tac. Tac-tac. 

Come se qualcuno — o qualcosa — li stesse inseguendo. 

Chi aveva orecchio attento giurava di sentire non passi d’uomo, ma zoccoli, leggeri e rapidi, come quelli di capre o di agnelli. Nessuno però aveva mai visto chi li portasse. 

Solo il vento che scuoteva le persiane e faceva danzare le ombre sui muri. 

“Rientra prima che arrivino gli zoccoletti,” dicevano le nonne, serrando le finestre. “Se ti prendono, ti portano giù… nei fossi dell’inferno.” 

E ancora oggi, nelle sere d’autunno, quando la nebbia è spessa e le risaie tacciono, qualcuno dice di udire quel suono lontano. 

Tac-tac. Tac-tac. 

Come un monito che il tempo non ha cancellato. 

Gli zoccoletti fantasma non dimenticano i bambini che giocano troppo a lungo.

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