Era notte fonda, e la nebbia si era stesa sulla campagna come un sudario.
Non chiara, ma nera e densa, capace di soffocare ogni suono.
Le case parevano immobili, sospese in quell’aria greve che sapeva di terra bagnata.
In via del Gallo tutto taceva.
Solo, di tanto in tanto, il cigolio di una trave o il gemito del vento tra le assi.
L’uomo che aveva acquistato la casa dei conti Cicogna si svegliò di soprassalto.
Un rumore lo aveva destato: passi lenti, cadenzati, sul tetto sopra di lui.
Ascoltò trattenendo il fiato.
Poi un altro suono, più netto — come zoccoli che battevano sulle tegole.
Accese una candela. La luce tremò, incerta.
Si avvicinò alla finestra e la aprì piano.
Un soffio d’aria fredda gli investì il viso; la nebbia entrò nella stanza, odorosa di muffa e legna marcia.
Sul tetto vicino, qualcosa si muoveva.
Sembravano animali — ma troppo grandi, troppo lenti.
Le sagome si piegavano e si rialzavano con movimenti irregolari, come se faticassero a restare in equilibrio.
Ogni tanto una si fermava, e in quel buio fitto pareva voltarsi verso di lui.
Non distingueva occhi, né forme precise, ma sentiva su di sé uno sguardo pesante, ostinato.
Richiuse la finestra con mani tremanti.
Nella casa non si udiva nulla: nessun passo, nessun vento.
Solo il legno che scricchiolava piano, come sotto un peso invisibile.
Cercò rifugio nella stanza, accostò la sedia alla porta.
Si sedette sul letto, stringendo un rosario tra le dita.
Pregava a voce bassa, cercando di ignorare il battito del cuore.
Poi, d’improvviso, un colpo violento scosse la casa.
Non proveniva dall’interno — sembrava venire da fuori, dal cortile o dal muro esterno, come se una finestra o una porta fossero state sfondate.
L’uomo trattenne il respiro.
Spense la candela di colpo, per paura che la luce lo tradisse, e l’oscurità lo avvolse del tutto.
Dall’interno della casa continuarono, lenti e regolari, i colpi degli zoccoli.
Sembravano avanzare lungo la cucina, rasenti al muro, come se qualcosa si muovesse cercando un passaggio.
L’uomo serrò gli occhi e rimase immobile, aspettando.
Forse era una punizione.
Si diceva che il conte Cicogna non avesse mai perdonato l’idea che un uomo del popolo potesse abitare la sua dimora.
E se fosse stato proprio lui, tornato nella notte, a reclamare ciò che un tempo era suo?
L’uomo aveva comprato la casa onestamente, ma in paese si mormorava che i nobili non vedono di buon occhio chi si è fatto strada da solo.
Rimase chiuso nella sua camera, tremante, fino al mattino.
Mai avrebbe immaginato di trovarsi impaurito a pregare con un rosario in mano, come una donna.
Eppure, toccare quelle grane fredde gli dava un senso di protezione, un fragile conforto.
Contro le forze oscure nulla si poteva, se non pregare.
Alla fine, dalle persiane socchiuse, vide filtrare la luce pallida dell’alba.
Forse era salvo.
Ma, sopraffatto dall’inquietudine, aprì di botto la finestra, cercando aiuto, e urlò con tutto il fiato.
La sua voce si perse nella nebbia, che ancora gravava pesante sulla strada.
Si accorse però che la gente era restia ad affacciarsi alla finestra.
Strano… pensò. Di solito la gente è molto, forse troppo, curiosa.
Solo la Maria, una donna vedova da molti anni, si azzardò a uscire, stringendo un mattarello in mano.
«Cosa succede?» chiese, con la voce roca per il freddo.
Lui capì che era entrata in casa e, con le mani che ancora tremavano, aprì piano piano la porta della stanza.
Per un po’ di tempo, a Trecate, non si parlò d’altro.
Forse dei caproni erano davvero entrati nella ex casa dei conti Cicogna.
Qualcuno giurava di averli visti sul tetto e di essere scappato, intimando a moglie e figli di sprangare le porte.
Solo la Maria, che viveva da sola, non sapeva nulla di quella notte.
Forze oscure, dicevano alcuni — ma secondo le autorità di polizia, arrivate dalla città, altro non erano che dei ladri che, non trovando niente d’altro, si erano accontentati di rubare dei salami.

