A Trecate lo sanno da sempre: il Ticino è traditore.
Ogni estate, quando la calura spinge la gente verso l’acqua, qualcuno decide di sfidarlo.
Un tuffo per gioco, un giro in barca, un passo di troppo sulla riva bagnata.
E quasi sempre, il fiume si prende ciò che vuole.
All’inizio è silenzioso.
L’acqua pare immobile, limpida, perfetta.
Poi, all’improvviso, cambia colore: una vibrazione, un gorgo che si apre come un respiro profondo.
Chi è troppo vicino viene risucchiato in un attimo, senza neanche avere il tempo di gridare.
La superficie si richiude subito dopo, come se nulla fosse accaduto.
A volte i corpi riemergono dopo giorni, trascinati a chilometri di distanza.
Li trovano incastrati tra i rami, o adagiati vicino alla riva.
Altri non si ritrovano più.
Come se il fiume li avesse voluti davvero, e li tenesse con sé, nel suo fondo scuro e quieto.
C’è chi dice che il Ticino non uccida per caso.
Che scelga, ogni anno, chi ha osato sfidarlo o irriderlo.
Che sotto quelle acque ci sia qualcosa che osserva e aspetta, invisibile e paziente.
E quando arriva l’autunno e il mattino si veste di nebbia, la bruma che sale dal fiume sembra un respiro lento, profondo —
il respiro di coloro che il Ticino ha voluto tenere con sé.

