Marco camminava da solo, in una notte umida e immobile.
Aveva posteggiato l’auto nel grande parcheggio accanto al cimitero di Trecate.
Il motore ancora caldo mandava un odore di benzina e ferro, ma lui già si era allontanato, le mani in tasca, lo sguardo perso nel buio.
Un groviglio di pensieri bui gli martellava la testa: le tasse da pagare, i costi per l’auto che avrebbe dovuto prima o poi portare dal meccanico, la ditta in crisi, e quel senso di fallimento che lo inseguiva da mesi.
Il rumore lontano dei treni sulla linea lo riportava ogni tanto alla realtà, ma solo per un istante.
Si fermò davanti al cancello del cimitero. Il ferro freddo brillava appena sotto la luce gialla di un lampione che tremolava.
Fu allora che la sentì.
Una presenza dietro di lui — sottile, quasi un respiro.
Si voltò di scatto, ma non c’era nessuno.
Eppure l’aria si era fatta più densa, più fredda.
Una voce femminile, bassa e calma, si levò dal nulla.
«Io sono dolore. Sono una voce che il fuoco non ha potuto spegnere.»
Marco rimase immobile.
La figura cominciò a delinearsi accanto al cancello: una donna, o forse qualcosa che la ricordava.
La pelle pallida, i capelli scuri che si muovevano come fili d’acqua, e negli occhi — un riflesso che sembrava cenere.
«Vengo da un tempo in cui il potere usava la fede, e le fiamme bruciavano innocenti.
Noi siamo nate con un potere… quello di raccogliere e incanalare l’energia della terra.
Eravamo in grado di curare sia fisicamente che mentalmente.
Non l’abbiamo chiesto.
Siamo semplicemente nate così.
Madre Terra o il vostro Dio ci ha dato questo potere.
Molte di noi lo hanno usato per guarire il corpo e lenire i dolori dell’anima.
Molte persone venivano da noi a chiedere aiuto… e noi semplicemente aiutavamo, senza avere nulla in cambio.
Con l’Inquisizione, quelle come me vennero bandite e cacciate.
Ma nonostante tutto, non smettemmo di aiutare.
Tra gli uomini della nuova fede c’era una persona che aveva capito.
A volte era lui stesso, segretamente, a portarci bambini deliranti per le alte febbri, perché sapeva che se non era troppo tardi noi potevamo guarirli.
Quell’uomo aveva una magia che noi non avevamo: riusciva a cacciare il male, ma non poteva guarire la gente.
Un giorno qualcuno comunicò all’Inquisizione il posto dove io e le mie sei sorelle ci riunivamo.
L’uomo di fede lo seppe.
Sapeva che per noi non era tanto il fuoco a farci del male, ma l’odio della gente che saremmo state costrette a incanalare.
L’uomo di fede lanciò un incantesimo per proteggerci.
Nessuno che portasse odio ci avrebbe più viste nella nostra forma umana o animale.
E infatti non ci trovarono.
Ma tutto ebbe un prezzo: l’uomo di fede morì al posto nostro.
Promettemmo all’uomo di fede che avremmo continuato a usare il nostro potere per aiutare le persone.
Abbiamo scelto di rimanere qui, nei pressi del cimitero.
Di giorno prendiamo le nostre forme animali e giriamo indisturbate tra la gente.
A volte incanaliamo su di noi i loro dolori.
A volte siamo cani, o gatti.
Di notte possiamo anche prendere la forma semiumana che vedi ora.»
Marco non riusciva a parlare.
Solo le foglie ferme del parco oltre la strada sembravano osservarli, immobili.
La figura lo fissò, poi aggiunse, con voce più dolce:
«Io e quelle come me non siamo mai state il male.»
La nebbia lo avvolse.
Ad un certo punto si sentì leggero, come sollevato, e poi il buio.
Si svegliò con la testa appoggiata sul volante.
Non si ricordava da quanto tempo avesse dormito… ma si sentiva confuso.
Non era mai sceso dall’auto… o forse sì.
Era tardi.
Vide il sole albeggiare, le montagne rosa all’orizzonte.
Non si sentiva così rilassato da molto tempo.

