Era ormai molto tardi quando Marco lasciò il Shun Fa di Trecate per andare a prendere l’auto posteggiata in via Franzina.
Quella sera il parcheggio del ristorante era pieno, così aveva dovuto lasciare la macchina oltre la statale, vicino ai capannoni semiabbandonati.
L’aria era umida, e una leggera nebbia si era levata dai campi, scivolando lenta verso le luci dei lampioni. Le strade erano quasi deserte — per fortuna, pensò Marco. Aveva bevuto qualche bicchiere di troppo, giusto abbastanza da sentire le gambe leggere e la mente un po’ confusa.
Attraversò la statale con passo incerto. Il rumore delle auto in lontananza sembrava attutito dalla nebbia, come se il mondo si fosse fatto ovattato, irreale.
Fu allora che, tra i banchi di foschia, gli parve di vedere qualcosa muoversi.
Una sagoma.
Grande, pesante.
Per un istante pensò a un cinghiale — ma no, era troppo massiccio. Forse un bue scappato da qualche cascina. Eppure… c’era qualcosa che non tornava. La figura camminava tranquilla, quasi fluttuando nella nebbia, e la sua forma pareva tremolare, come fatta di luce o di sogno.
Marco si fermò di colpo. Il respiro gli si mozzò in gola.
La creatura — o qualunque cosa fosse — si voltò per un attimo, e poi sparì. Dissolta nel nulla, come se non fosse mai esistita.
“Strano…” mormorò.
Attraversò la strada e si chinò. Sul fango, vicino al marciapiede, c’erano delle impronte. Grandi, profonde. Sembravano proprio di un bovino, ma a guardarle meglio… le tracce svanivano dopo pochi passi, come se la terra stessa le avesse inghiottite.
Marco si raddrizzò piano. Sentiva il battito accelerato, un leggero tremore nelle mani.
“Forse ho bevuto troppo,” si disse, cercando di ridere. Ma la sua voce gli sembrò fuori posto, troppo alta nel silenzio immobile.
Salì in macchina, accese i fari. La nebbia sembrava più fitta adesso.
Mentre imboccava la strada verso casa, nello specchietto retrovisore gli parve di scorgere di nuovo quella sagoma, ferma in mezzo alla carreggiata, immobile.
Poi un lampo dei fari di un camion la cancellò, come se non fosse mai stata lì.
Marco si svegliò con un fastidioso mal di testa. La luce che filtrava dalle persiane gli feriva gli occhi e la bocca era impastata.
Per un po’ rimase immobile, cercando di ricordare la sera prima.
Aveva bevuto, sì… ma non così tanto da sognare. Eppure quel ricordo — la sagoma nella nebbia, le impronte che svanivano — era vivido, reale.
Oppure era solo la mente che gli giocava brutti scherzi, come quando da bambino restava incantato ad ascoltare i racconti di suo zio.
Già… lo zio.
Era da tempo che non lo sentiva. Un tipo strano, solitario, ma con un dono per le storie che ti restavano addosso.
Si ripromise di chiamarlo a mezzogiorno, durante la pausa pranzo.
Quando il telefono squillò, lo zio rispose con la solita voce calma e un po’ roca.
Marco gli raccontò l’accaduto, convinto che l’altro avrebbe riso e liquidato tutto come una fantasia da ubriaco.
Ma dall’altra parte della linea calò un breve silenzio. Poi lo zio disse piano, quasi tra sé:
«Ah… ancora gira?»
Non era una domanda. Sembrava più una constatazione, un pensiero che gli era scivolato fuori senza volerlo.
Marco sgranò gli occhi.
«Come… come dici, zio? Chi gira?»
Lo zio sospirò. «Senti, fai una cosa. Stanotte passa alla chiesetta di San Cassiano. Fermati lì un po’, in silenzio. E dimmi che cosa vedrai. Poi, se è quello che penso io… ti spiegherò tutto.»
La linea cadde subito dopo, lasciando Marco con il telefono in mano e una sensazione di freddo lungo la schiena.
Fuori, il cielo si stava già velando di nebbia.
Marco arrivò poco dopo le undici.
Parcheggiò l’auto lungo la via, poco distante dalla chiesetta di San Cassiano. Il motore si spense con un colpo secco, e subito il silenzio tornò a inghiottire tutto.
La nebbia era più fitta del previsto: ondeggiava bassa, scivolando tra le case e i campi, come un respiro che veniva dalla terra.
Camminò piano sul marciapiede, le mani in tasca. Ogni passo risuonava sordo sull’asfalto umido.
A pochi metri dalla chiesa si fermò di colpo.
Davanti a sé, nel chiarore tremolante di un lampione, c’erano delle impronte nel fango.
Le stesse di quella notte.
Grandi, profonde, come di un animale pesante.
Il cuore gli accelerò. Si chinò un poco, cercando di capire dove portassero. Le impronte proseguivano verso la facciata della chiesa, attraversando la strada e salendo sul vialetto.
E poi — qualcosa si mosse nella nebbia.
Marco sollevò lo sguardo.
Una sagoma stava avanzando lentamente, emergendo dal bianco lattiginoso come un ricordo.
Sembrava un bovino, o qualcosa di simile: grande, scuro, con il muso basso e un passo pesante e silenzioso. Ma c’era qualcosa di strano nel modo in cui si muoveva… quasi incerto, come se le gambe non seguissero più una forma definita.
Marco trattenne il fiato.
La figura si fermò a pochi metri dalla cancellata. Poi, sotto la luce del lampione, parve cambiare — i contorni si deformarono, si alzarono, e in un istante la massa informe prese sembianze umane.
Un uomo, o qualcosa che gli somigliava.
Non si muoveva. Guardava verso la chiesa. Poi, senza rumore, si voltò e attraversò il cancello.
Marco non fece in tempo a reagire: la figura si dissolse dentro l’edificio, come inghiottita dall’ombra del portico.
Rimase lì immobile, incapace di parlare o anche solo di respirare.
La nebbia si richiuse lentamente sulla scena, cancellando ogni traccia.
Solo le impronte, umide e indecise, sembravano testimoniare che qualcosa — o qualcuno — era davvero passato da lì.
Marco non aveva dormito quasi per nulla.
Continuava a rivedere quella figura che si era dissolta nella chiesa, e il confine tra sogno e realtà gli sembrava sempre più sottile.
Al mattino chiamò lo zio.
«Allora?» chiese l’uomo, con voce calma. «Che cosa hai visto?»
Marco raccontò tutto, cercando di essere lucido, ma la voce gli tremava.
Quando finì, dall’altra parte della linea ci fu un lungo silenzio. Poi lo zio parlò piano, come se stesse scegliendo con cura le parole:
«Vedi, Marco… la terra a volte ricorda. Anche quando noi non vogliamo.
Ci sono luoghi dove il tempo non passa davvero, e quello di San Cassiano è uno di quelli.»
Marco ascoltava in silenzio.
«Prima della chiesetta che conosci,» continuò lo zio, «lì c’era una chiesa romanica e prima ancora — si dice — un tempio pagano. Era un punto di forza per le genti di Gola Secca, un luogo dove pregare e chiedere protezione.
Nel Seicento provarono a rinnovare la chiesa, ma cadde presto in rovina.
Nel 1757 la demolirono, eppure non tutto venne perduto. Due anni prima, nel 1755, costruirono poco distante un tempietto nuovo, proprio in prossimità di un vecchio cimitero. Lo usarono per le rogazioni, per benedire i campi e il bestiame. Ma aveva qualcosa di insolito.»
Lo zio abbassò il tono.
«C’era un affresco, un grande dipinto. Rappresentava un santo, forse San Fermo, o forse un altro… con accanto una grossa bestia bovina che mostrava le terga. Il parroco dell’epoca si scandalizzò — nel 1846 scrisse perfino al vescovo. Ma non capiva.»
«Non capiva cosa?» chiese Marco, quasi sussurrando.
«Che quel quadro rappresentava una parte della vita dei contadini.
Dopo la peste, la gente della zona si era affidata a San Bovo perché proteggesse i bovini dalle malattie e dalle morie.
Per loro non c’era nulla di offensivo in quell’immagine: i bovini che mostravano le terga erano un segno di fiducia, un gesto quotidiano. Era la vita di chi viveva nei campi, che sapeva che la terra e gli animali avevano un’anima.
San Bovo veniva spesso rappresentato in forma umana, ma a volte anche in forma bovina. Ed era, ed è ancora, il protettore dei bovini.
Fu quindi ordinata la cancellazione della rappresentazione con un’imbiancatura, dove in seguito doveva comparire l’immagine di San Cassiano — una pala bellissima, luminosa.
Ma per i contadini dell’epoca San Bovo rimaneva sempre lì, invisibile ma presente, a proteggere i loro animali.
Nel 1986, durante il restauro della pala di San Cassiano, sotto gli strati di calce emerse qualcosa: una parte dell’antico affresco, con la testa di un ruminante.
Era come se nn avessero potuto cancellarlo
Lo zio fece una breve pausa, poi concluse con voce più bassa:
«Era talmente forte la devozione dei contadini che lui, San Bovo, non se n’è mai andato davvero.
Tu lo hai visto in via Franzina.
Potrebbe capitare ancora.
C e’ ancora una stalla alla cascina Regina …
Finché ci saranno bovini in città lui girerà a vegliarli»

