Un tempo, a Trecate, si diceva che le streghe — le Masche, come si diceva in piemontese — tenessero i loro sabba nelle notti di luna piena, nei pressi del cimitero di San Bernardo.

Si muovevano sempre in gruppi di sette. Prima di ogni incontro si contavano, e se il numero non tornava, la barca non partiva. Nessuno ha mai saputo come quella barchetta riuscisse a navigare sulla roggia, ma chi ne parlava giurava di averla vista muoversi da sola, sospinta da una forza che non apparteneva a questo mondo.

Quella notte la luna era alta, pallida e lattiginosa, sospesa sopra la nebbia che saliva dai campi.

Giovanni, pescatore di rane e uomo più curioso che prudente, tornava a casa con il suo sacco colmo. Ogni passo affondava nel fango, e l’umidità gli appiccicava la camicia alla schiena.

Quando giunse al punto in cui la roggia piegava verso i pioppi, la vide: una piccola barca di legno, ferma sull’acqua immobile, illuminata appena dal riflesso lunare.

Si guardò intorno. Nessuno.

Il vento era cessato e solo il gracidio lontano dei rospi rompeva quel silenzio sospeso.

La curiosità e l’avidità ebbero la meglio: Giovanni si avvicinò, mise un piede sulla barchetta e vi salì.

Sul fondo c’era un baule.

Sembrava chiuso, ma appena lo toccò si aprì da solo.

Dentro, un baule più piccolo.

E dentro ancora un altro, e un altro, come in un gioco maledetto senza fine.

Ogni volta che ne apriva uno, il cuore gli batteva più forte: l’odore del legno umido si mescolava a quello ferroso dell’acqua stagnante.

Poi un brivido gli attraversò la schiena.

Da dietro gli alberi si udirono passi — o forse qualcosa che strisciava nell’erba.

Le rane nel sacco si agitarono con violenza, nonostante lui avesse spezzato loro le zampe.

Il gracidio si fece assordante, come un coro di voci disperate.

Tra la nebbia che si infittiva apparvero sette figure.

Donne, o almeno così parevano: vesti scure, volti nascosti, movimenti lenti.

Giovanni voleva fuggire, ma le mani non riuscivano più a staccarsi dai bauletti. Ogni volta che cercava di lasciarli, le dita si irrigidivano come pietra. Solo allora capì che erano stregati.

Trovò una coperta e si nascose, tremando.

Le rane gracchiavano ancora, e lui, quasi per istinto, continuava ad aprire e chiudere i bauletti, uno dopo l’altro.

All’improvviso, sette voci, perfettamente uguali, sussurrarono in coro:

«Silenzio.»

E tutto tacque.

Il mondo sembrò trattenere il respiro.

Giovanni sapeva che la barca poteva muoversi solo quando le Masche erano sette.

Se avessero scoperto che lui era lì, l’avrebbero trascinato via con loro — o peggio.

Forse, se fosse rimasto immobile, lo avrebbero risparmiato.

Poi la barca si mosse.

Uno… due… tre… quattro… cinque… sei… sette colpi sull’acqua.

Le voci, in perfetto unisono, ordinarono:

«Parti.»

Ma la barca non partì.

Un lungo silenzio.

Poi una voce più profonda, gelida come la notte:

«Non siamo sette… ma c’è chi darebbe l’anima per l’oro. Parti lo stesso.»

Giovanni spalancò gli occhi.

Sentì la barca tremare, poi scivolare sulla roggia come sospinta da un vento invisibile.

Cercò di urlare, ma la voce gli morì in gola.

I bauletti continuavano ad aprirsi da soli, uno dentro l’altro, in una spirale infinita.

L’acqua divenne nera, la luna scomparve dietro la foschia.

In pochi istanti, la barca e il suo passeggero furono inghiottiti dal buio.

Da allora, durante i pleniluni, può capitare di scorgere tra le acque nere della roggia la sagoma di una barchetta con un uomo chino su un baule che non riuscirà mai a svuotare.

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