• Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Interviste / Sport
  • Ultima modifica dell'articolo:21/11/2025
  • Tempo di lettura:8 mins read

Prospettive è una nuova rubrica che racconta: persone, percorsi e pensieri che meritano di essere ascoltati. Dialoghi che aiutano a leggere il presente da angolazioni nuove.

Paolo Ferrari è insegnante di lettere e storia e autore del podcast Il Calcio & la Storia, un progetto che negli ultimi anni ha raccolto un pubblico sempre più numeroso grazie alla sua capacità di unire due mondi che spesso consideriamo separati. Nel suo lavoro il calcio diventa una lente per capire meglio il Novecento, le sue contraddizioni, i suoi protagonisti e i suoi passaggi decisivi.

Con lui parleremo di metodo, narrazione e divulgazione, di come nasce una puntata e di cosa significa usare lo sport per avvicinare le persone, giovani e adulte  alla storia.
E soprattutto cercheremo di capire quanto il calcio, al di là del risultato, possa raccontarci il mondo che abbiamo intorno.

Paolo Ferrari: “Il calcio è un archivio di emozioni e memoria. Raccontarlo significa capire chi siamo stati”

Quando Paolo Ferrari ha registrato il suo primo podcast, non aveva in mente un progetto editoriale, una serie, un pubblico. Aveva in mente i suoi studenti. Un’epidemia influenzale aveva lasciato metà classe a casa, e lui, insegnante di lettere e storia, non voleva lasciarli indietro. Prese il telefono, registrò una lezione improvvisata e caricò l’audio. Da quel gesto semplice, quasi artigianale, è iniziato un percorso che oggi lo ha portato a realizzare Il Calcio & la Storia, un podcast che intreccia due mondi che sembrano lontani e invece convivono da sempre: lo sport più popolare al mondo e i processi storici del Novecento.

Ferrari è diventato, senza cercarlo, una voce riconoscibile in un genere ancora poco esplorato: la narrazione storica attraverso il calcio. E lo ha fatto con uno stile che unisce rigore, sensibilità, e un senso del tempo che appartiene più allo storico che al telecronista. Ogni episodio è un viaggio nella memoria collettiva: dagli stadi che diventano luoghi politici, alle squadre trasformate in simboli, dalle rivoluzioni che nascono in piazza fino alle emozioni che fanno scendere le persone in strada.

Con lui abbiamo parlato di metodo, di didattica, di passioni, dei limiti e delle possibilità di questo approccio. E soprattutto del perché il calcio è ancora, nonostante tutto, uno dei linguaggi più potenti per raccontare chi eravamo e chi siamo.

“Il podcast è nato da un’esigenza didattica, quasi per caso”

Partiamo dall’inizio: come nasce il tuo primo podcast?
“È nato in modo molto spontaneo. Ero a scuola, c’era un’epidemia d’influenza, metà classe a casa. Ho pensato: registriamo qualcosa per chi non c’è, così non resta indietro. Ho preso il cellulare e via. Era tutto molto amatoriale. La sorpresa è arrivata quando ho visto che il podcast veniva ascoltato anche fuori dalla scuola: persone che non c’entravano niente, che lo trovavano interessante. Allora ho capito che forse c’era qualcosa da migliorare, da imparare.”

È il momento in cui hai deciso di fare sul serio ?
“Sì. Ho iniziato a studiare come si realizza davvero un podcast. Ho seguito un corso con Alberto Pian: avevamo l’obiettivo di creare un nuovo progetto, e a me è venuto naturale pensare alla storia il mio mestiere e al calcio, la mia passione.”

Quando la storia incontra il pallone

C’è stato un episodio, una squadra o un momento storico che ti ha fatto capire che calcio e storia potevano convivere?
“Direi entrambe le cose: un percorso naturale, e una scintilla precisa. Da appassionato di storia del calcio avevo già in mente tante possibili connessioni. Ma il primo caso che mi ha convinto davvero è stato quello dell’Ungheria di Puskás. Leggevo della finale del 1954 e della reazione del popolo ungherese: dopo la sconfitta scesero in piazza. Non per protestare contro qualcuno non era neppure concepibile, in un regime ma per una sorta di sfogo collettivo. È incredibile: la prima volta che si muovono come popolo non è per un evento politico, ma per il calcio. Due anni dopo scendono in piazza di nuovo: questa volta per la rivoluzione del ’56. È chiaro: nessuno storico serio dirà che la rivoluzione nasce dal calcio. Ma quel collegamento, quell’emersione emotiva, mi ha colpito. Ho capito che il pallone, in certe epoche, è un archivio di ciò che le persone sentono prima ancora di ciò che raccontano.”

“Il punto più difficile è dosare: non troppa storia, non troppo calcio”

Una delle caratteristiche più apprezzate del tuo podcast è che è accessibile ma non semplificato. Come gestisci l’equilibrio?
“È la parte che richiede più lavoro. Io non voglio fare storia con un contorno calcistico, né parlare di calcio e ogni tanto aggiungere una nota storica. Voglio raccontare come le due cose si intrecciano.
Per questo, quando preparo un ciclo di quattro episodi, la prima cosa che studio è il passaggio: COME arrivo dal contesto storico alla vicenda sportiva e COME ritorno alla storia. Quel passaggio dev’essere naturale, non un incollare due pezzi.”

Una costruzione narrativa, più che informativa.
“Esatto. Raccontare, non spiegare.
E devo stare attento anche alle quantità: se metto troppa storia, chi ama il calcio si perde. Se metto troppo calcio, chi non lo segue stacca.
Per questo mi fa piacere quando qualcuno mi scrive: “Di calcio non capisco nulla, ma il tuo podcast lo ascolto lo stesso”. Allora so di aver trovato l’equilibrio.”

Il metodo: «Ho provato ad andare a braccio, un disastro»

Parti sempre da un testo scritto?
“Sempre. All’inizio volevo fare come Barbero: un canovaccio e poi a braccio. È quello che faccio in classe quando spiego storia, ed è un punto di forza nel mio lavoro. In aula funziona perché c’è il dialogo, ci sono domande, c’è la vita. Davanti a un microfono era terribile. Mi ascoltavo e pensavo: no, non è possibile.
Da quel momento scrivo tutto: ogni parola dell’episodio. È lì che il podcast ha trovato la sua voce.”

La nuova stagione: Grande Torino, Boom economico e Mundial ’82

Hai appena iniziato la seconda stagione. Da dove parti?
“Dal Grande Torino. Una storia enorme, irripetibile.Questa stagione sarà molto italiana:prima il Torino e ciò che rappresenta nel dopoguerra; poi gli anni del boom, Milano capitale economica e calcistica con Herrera e Rocco, infine il Mundial dell’82, legato all’Italia degli anni Ottanta, a ciò che eravamo e a ciò che stavamo diventando.”

Un percorso quasi antropologico, oltre che sportivo.
«Sì, perché il calcio racconta i cambiamenti sociali meglio di molti manuali.»

In classe: “Ogni anno trovo meno appassionati di calcio. È un segnale»

Usi il calcio anche nella didattica?
“Sì, molto. Anche se ogni anno mi accorgo che ci sono sempre meno appassionati.
Il motivo, secondo me, è duplice: La soglia di attenzione è cambiata.
Vivono in un mondo velocissimo. Una partita dura troppo, ha tempi morti, è “lenta.”

Il calcio ha perso parte della sua funzione simbolica ?
“Un tempo lo stadio era democratico: ci andavano tutti. Oggi costa, divide, seleziona.
E soprattutto i ragazzi vivono in un eterno presente: l’82 è mito, il 2006 è storia, il 2021 è già evaporato. Pensa che mio figlio ha 14 anni e non ha mai visto l’Italia ai Mondiali. Questa cosa pesa tantissimo sulla percezione.”

Solo calcio? “Sì, perché è l’unico sport che conosco davvero fino in fondo”

Hai mai pensato di raccontare anche altri sport?
“Sinceramente no. Mi piacciono tennis e altri sport, ma non li conosco abbastanza da raccontarli.
Il calcio è l’unico terreno dove mi sento davvero competente: storicamente, tecnicamente, culturalmente. E per come lavoro sul podcast, quella competenza è necessaria.”

Le storie che restano: «Casale 1914 mi commuove ogni volta»

C’è un episodio che ti ha emozionato più degli altri?
“Sì, uno in particolare: quello sullo scudetto del Casale 1913-14. Insegno a Casale, conoscevo la storia, ma non la conoscevo davvero. Preparando la puntata ho scoperto la figura di Raffaele Jaffe, anima di quella squadra, poi deportato e ucciso ad Auschwitz. La pietra d’inciampo dedicata a lui è davanti allo stadio, non davanti a casa sua. È un gesto simbolico potentissimo: la città lo ricorda nel luogo che incarnava la sua identità pubblica. Ogni volta che riascolto quell’episodio mi commuovo. È come se lo avessi scritto camminando per le strade di Casale.”

E il Grande Torino?
“Un’altra storia enorme. Da interista, ammetto che non c’è niente di simile nel calcio italiano. È storia pura, non solo sport. Prepararla mi ha cambiato, in un certo senso.”

Il lavoro di Paolo Ferrari dimostra che lo sport, se trattato con profondità, può diventare uno strumento prezioso per leggere il passato. Non un pretesto, ma un prisma attraverso cui guardare la società, la politica, l’immaginario collettivo. Il Calcio & la Storia funziona perché non celebra né semplifica: interpreta. E soprattutto ricorda una cosa semplice e spesso dimenticata: il calcio non è mai stato solo calcio. È stato, e resta, uno dei modi in cui un paese racconta se stesso.

Qui i link per ascoltare i podcast di Paolo:

Il Calcio & la Storia

Il Prof di Storia