IL FANTASMA DEL CAMPANILE
Era una notte d’estate, limpida e silenziosa.
Luca tornava a casa in monopattino lungo viale Clerici, costeggiando il muro del parco Cicogna.
La strada era deserta, illuminata a tratti da pochi lampioni.
L’asfalto, caldo ancora del giorno, rifletteva la luce gialla come un velo tremolante.
Una buca invisibile lo fece sbandare.
Cadde di lato, battendo il ginocchio e rovesciando lo zaino.
Mentre cercava di rialzarsi, si accorse di una figura pallida, ferma, dietro le inferriate del parco.
Una sagoma sottile, quasi trasparente, che pareva fluttuare appena sopra il suolo.
Luca trattenne il respiro.
La figura gli parlò con voce calma, lontana:
— «Aiutami… non trovo più l’acqua. Da anni la cerco, ma ora c’è solo cemento.»
Il ragazzo fece un passo indietro, il cuore in gola.
La voce tornò, più vicina:
— «Io vivo sopra il campanile… di notte scendo per puciarmi i piedi nell’acqua…»
Un brivido gli attraversò la schiena.
Quando alzò di nuovo lo sguardo, la figura non c’era più.
Solo il muro e le foglie ferme del parco, immobili come in attesa.
Luca riprese il monopattino e tornò a casa.
Il giorno dopo, ancora scosso, andò a trovare un vecchio conoscente del paese e gli raccontò ciò che aveva visto.
Il vecchio lo guardò a lungo, poi, con voce bassa e lenta, gli disse:
«Un tempo, gli anziani lo chiamavano “A ‘fantasma d’a’ canpanìch”.
Dicevano che, a mezzanotte precisa, l’anima del campanaro perduto lasciasse la cella delle campane e discendesse lungo il muro, scivolando piano come sospesa nell’aria.
Una volta, quando la roggia correva in paese, prima di essere murata, qualcuno diceva di averlo visto più volte seduto sul bordo dell’acqua, immobile, assorto in un pensiero che nessuno poteva comprendere.
Per questo si raccontava la sua storia ai ragazzetti, perché non si attardassero troppo la sera, quando le campane tacevano e il silenzio sembrava più profondo del sonno.
Nessuno sapeva perché lo facesse.
C’era chi diceva che cercasse refrigerio dopo la caduta che gli spezzò la vita, altri che tentasse ancora di spegnere il fuoco dell’inferno in cui era stato condannato.
Con gli anni pensavo fosse un’invenzione dei nostri vecchi… ma ora, dopo quello che mi hai detto, penso a quella povera anima, alla sua semplice ricerca d’acqua…»
Quando il vecchio tacque, nella stanza calò un silenzio denso.
Luca non seppe cosa rispondere.
Solo più tardi, tornando a casa, gli parve di udire in lontananza una campana sola, che suonava nel cuore della notte, come un richiamo dimenticato.
