La barca delle Masche- il ponte di Trecate
Nel Parco del Ticino, la notte sembra respirare.
Tra gli alberi si muove la nebbia, e il fiume scorre lento come un pensiero che non si vuole ricordare.
Chi conosce quelle sponde sa che il Ticino non dimentica: trattiene nelle sue correnti tutto ciò che gli uomini vorrebbero cancellare.
Pietro camminava piano, il fucile in spalla.
La solitudine e la brama di soldi lo spingevano spesso verso il fiume, tra i sentieri fangosi e gli alberi deformi del parco.
Di notte, vendeva la selvaggina ai contrabbandieri che passavano dalla riva lombarda.
Conosceva ogni anfratto, ogni sentiero nascosto, e nessuno lo vedeva mai andare né tornare.
Quella sera, però, il silenzio aveva qualcosa di diverso.
La luna era nascosta, e il Ticino scorreva piano, come in attesa.
Sotto il ponte di Trecate, Pietro vide una barca nera.
Lunga, sottile, pareva muoversi da sola contro la corrente.
A bordo, sette donne velate.
Le mani pallide, intrecciate sul bordo come fiori di cera.
Pietro si avvicinò, e il fiume sembrò trattenere il respiro.
Una voce, profonda e leggera, lo raggiunse:
“Siamo le Masche del fiume.
Se non hai nulla da nascondere, non devi temerci.”
Il fucile gli scivolò dalle mani.
Dentro di lui, un pensiero antico prese forma.
Anni prima, durante la guerra, aveva denunciato il nascondiglio di un giovane del paese — un ragazzo che non voleva essere arruolato.
Lo avevano preso all’alba, dietro la cascina, e nessuno lo aveva più rivisto.
Pietro non ne aveva mai parlato con nessuno, ma ogni volta che passava vicino al fiume sentiva il suo nome portato dal vento.
Le Masche si piegarono verso l’acqua.
La barca cominciò a girare lentamente, e il riflesso della luna tremò come una ferita.
“Ogni colpa ha il suo specchio,” disse una di loro.
“E il fiume vede ciò che il tempo nasconde.”
Un lampo attraversò la corrente, poi il silenzio.
La barca scomparve nella nebbia.
All’alba trovarono il fucile di Pietro appoggiato al basamento del ponte.
Probabilmente — per motivi ignoti — aveva tentato di attraversare il fiume evitando il ponte,
e era stato risucchiato da un mulinello d’acqua formatosi tra le correnti del Ticino.
Nessuno vide più il suo corpo, e il fiume non restituì nulla.
Ancora adesso, a volte, se si è fortunati — o sfortunati —
e se si ha il coraggio di attraversare i ponti del Ticino nelle notti di nebbia,
può capitare di vedere una barca nera scivolare tra le acque,
lenta, silenziosa, come se aspettasse qualcuno.
E da lontano, una voce mormorare tra gli alberi:
“Il fiume vede ciò che il tempo nasconde.”

